VALLEFOGLIA

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Storia

Cenni Storici

Gravitanti sull’antica direttrice che unisce Pesaro e Urbino, i territori di Vallefoglia hanno una storia comune che testimonia un passato condiviso, strettamente collegato alle vicende di Urbino e Pesaro, soprattutto a partire dal periodo medievale. Precedentemente questi territori, dominati dall’impero romano prima e soggetti alle invasioni barbariche poi, sono accomunati dalla comparsa dell’incastellamento, fenomeno avviato a partire dal X secolo e sviluppatosi con caratteristiche che assimilano il modello e le sorti del Montefeltro e dell’intera Regione Marchigiana a quelli della vicina Romagna. Documenti storici, risalenti agli inizi del Duecento, attestano la presenza dei toponimi e quindi la possibilità di dettagliare meglio le vicende dei singoli villaggi fortificati d’altura: Colbordolo, Montefabbri, Monte Sant’Angelo e Liciole, poi uniti in Sant’Angelo in Lizzola, Talacchio. Il territorio del Comune di Vallefoglia vanta una storia ricca, documentata dai suoi illustri personaggi e dai numerosi edifici che testimoniano un passato significativo e, recentemente, anche doloroso, come è stato durante il secondo conflitto mondiale -per il pesante tributo di vite umane perse e luoghi distrutti-, dopo il quale il territorio ha ripreso in mano le redini del proprio destino, vitalizzando i suoi antichi centri e sviluppando una ricca attività industriale in quelli di più moderno insediamento. Istituito il Io gennaio 2014 dalla fusione di Colbordolo e Sant'Angelo in Lizzola, il nuovo Comune di Vallefoglia ha ottenuto il titolo di città con Decreto del Presidente della Repubblica del 1 aprile 2015. Sant'Angelo in Lizzola Il nome proviene dall'unione di due antichi castelli, quello di Lizzola “Castrum Liciole” e quello di Monte S. Angelo “Castrum Montis Scti Angeli”, che distavano l'uno dall'altro pochi chilometri. Il castello più antico è certamente quello di Lizzola che sembra esistere già prima dell'anno 1000, dapprima sotto il dominio dei monaci, poi sotto quello della città di Pesaro e nel 1280 viene acquistato dalla comunità di Monte Sant'Angelo. Verso la fine del 1300 e i primi del 1400 il paese tornò a fortificarsi; nel 1389 consolida il suo territorio annettendo Montecchio; nel 1445 Sant'Angelo passa sotto il dominio degli Sforza, successivamente dei Della Rovere e nel 1584 dei Mamiani. I Conti Mamiani abitano all'inizio in un piccolo palazzo in fondo al castello, ma ben presto fanno edificare un superbo palazzo che esiste tuttora, sebbene duramente colpito dai bombardamenti della II seconda guerra mondiale, e che dal 1936 è sede del Municipio dove sono ospitati l'Archivio comunale e la Biblioteca. Accanto a Palazzo Mamiani si trova la Chiesa di San Michele Arcangelo costruita tra il 1689 e il 1710, la quale nel corso del tempo ha subito diverse modifiche fino all'aggiunta della terza navata nel 1932. L'interno, in stile rinascimentale, custodisce alcune pregevoli copie di dipinti seicenteschi, mentre tra gli arredi, di grande rilievo sono il coro in noce e gli armadi della sacrestia di Venanzio Guidomei di Ginestreto. Accanto ai Mamiani, un'altra nobile famiglia che ha influito profondamente sulle vicende di Sant'Angelo è quella dei Perticari che vi si stabiliscono sul finire del '600. Nella loro abitazione accolgono alcuni tra i più brillanti ingegni, attirati a Sant'Angelo dal cenacolo di intellettuali radunati intorno a Giulio Perticari e sua moglie Costanza, figlia del poeta Vincenzo Monti; oltre allo stesso Monti, anche Gioacchino Rossini e Giacomo Leopardi sono ospiti dei Perticari. Grazie all'impegno dell'attuale proprietario -conte Cacciaguerra Perticari- è stata recuperata la chiesa abbaziale di Sant'Egidio, edificata tra il 1684 e il 1688 e costituita dalla facciata neo cinquecentesca con pianta ottagonale. Risulta pressoché intatto l'impianto decorativo originario, con le tele di Giovanni Venanzi e l'altare rivestito di oro zecchino. Montefabbri Dal 2006 fa parte del club dei Borghi più belli d'Italia. Si sviluppa probabilmente nel XIII secolo intorno alla pieve di San Gaudenzio e nel 1578 viene concesso in feudo dal duca di Urbino a uno dei suoi gentiluomini di corte, l'architetto Francesco Paciotti. Sotto i Paciotti, nonostante le difficoltà e la carestia, si attiva una fabbrica di ceramiche, vengono avviati lavori di miglioramento della chiesa di San Gaudenzio, effettuati quelli di ampliamento del palazzo del signore, istituito un archivio, acquisito il mulino di Pontevecchio, attraverso il quale viene dato un generale impulso all'economia e alle attività artigianali. Estinta la famiglia Paciotti, Montefabbri viene riunito alla città di Urbino per un cinquantennio durante il quale si consolidano l'autorità ecclesiastica e quella dei possidenti originari della piccola borghesia locale. Nel corso del XIX secolo il Comune di Montefabbri, per le svariate ripartizioni dello Stato Pontificio, è alternativamente assoggettato ai vari Comuni vicini e infine a Urbino. Montefabbri perde definitivamente l'autonomia nel 1869, quando diviene frazione di Colbordolo. Sull'arco d'ingresso del borgo, recentemente restaurato, si nota una formella con la Madonna del latte; all'interno c'è invece lo stemma dei Paciotti. La porta d'accesso al borgo storico, ristrutturata nel 2008, ha visto il restauro conservativo della struttura con le sue opere lapidee e la costruzione di una scala esterna per un più agevole accesso al locale sovrastante, oggi utilizzato per incontri ed esposizioni. Domina il borgo la Pieve di San Gaudenzio, con il campanile alto 25 metri dotato di quattro campane, edificato nel XV secolo e più volte restaurato con tutta la chiesa. Da segnalare, all'interno, le decorazioni in scagliola del XVII secolo, mentre nella cripta sono custodite le spoglie di Santa Marcellina, vergine e martire del III secolo. Il nome di Montefabbri è legato a quello di un altro santo molto amato nella zona, il Beato Sante Brancorsini, che qui nasce nel 1343; la sua festa ricorre il 14 agosto. Colbordolo Come tanti altri castelli della zona viene a lungo conteso tra i Montefeltro e i Malatesta finché nel 1446 viene incendiato dai Malatesta sottraendolo in tal modo al dominio dei Montefeltro. Compreso nel ducato di Urbino, dopo la devoluzione allo Stato Pontificio avvenuta nel 1631, Colbordolo segue le vicende degli altri borghi e castelli del territorio, fino all'annessione al Regno d'Italia, nel 1861. Colbordolo subisce pesanti danni alla fine del secondo conflitto mondiale, tuttavia resta da ammirare quel che rimane del castello e un interessante centro storico, dove a pochi passi dalla piazza principale si trova la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, probabilmente del XIV secolo, in cui è custodita un'opera del 1605 attribuita al veronese Claudio Ridolfi. Talacchio Del centro fortificato e del suo contado si hanno notizie a partire dal XII secolo. L'alternanza al potere dei vari signori feudali, Malatesta e Montefeltro, e della Chiesa segna a lungo la storia di questo borgo. Il centro vive un periodo durissimo, segnato anche da un'epidemia di peste, dal quale riesce a risollevarsi soprattutto con la ripresa dei commerci e degli scambi. Segue un periodo di stabilità fino ad arrivare alla vigilia della rivoluzione d'oltralpe e all'avvento dei francesi. Con il regno italico, di cui Talacchio entra a far parte nel 1808, si avvia un’attività estrattiva, quella dello zolfo che, a fasi alterne, perdura fin dopo l'Unità d'Italia per terminare definitivamente nel 1896. Oggi Talacchio è uno dei più importanti poli industriali della provincia pesarese. Del passato, il borgo conserva la chiesa parrocchiale risalente ai primi dell'800, in cui si possono ammirare una tela di S. Michele Arcangelo attribuita a Claudio Ridolfi e l'elegante cantoria sopra la porta maggiore, con l'organo a 16 registri del 1826.

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