VALDAGNO

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Cenni storici

Il toponimo Agno, anche se tuttora non è ben accertato, sembra doversi riferire al latino “amnis”: corso d’acqua importante che sfocia al mare. E questo torrente, alquanto imprevedibile, soggetto in passato più che ora ad impetuose e devastanti “brentane” (piene), cambiando nome ben sette volte lungo il suo corso, s’immette nel Brenta nelle vicinanze dell’Adriatico. In un documento del 1208, riguardante un rampollo della famiglia Trissino, figlio di quel tal Olderico feudatario del territorio, è riportato, forse per la prima volta e già in lingua volgare, il nome del luogo: “vallis de Agno”. Il luogo abitato che crescerà nella parte mediana della vallata medesima si chiamerà Valdagno. Nel 1291 esiste già il comune di Valdagno. In un documento del 6 aprile di quell’anno, il “sindacus” della comunità reclama con fermezza la volontà di regolare pertinenze territoriali e rapporti “commerciali” con quella che era stata fino ad allora la famiglia che aveva tenuto per mano l’intera popolazione della vallata: i Trissino, che su queste terre indubbiamente spadroneggiavano, dall’alto dei loro castelli ubicati sui crinali collinali lungo la riva destra dell’Agno, fino a Trissino. Dei due castelli in questo comune, soltanto di quello più a Nord dell’agglomerato abitativo sono rimaste significative tracce, tanto da individuarne l’area occupata dall’edificio e circondata da mura delle quali rimane ancora qualche lacerto, mentre è ancora ben delineata la base quadrata del torrione principale. Questo castello apparteneva a Panensacco Trissino e pare vero che già dal 1212, tra una battaglia e l’altra, facesse edificare entro la cinta muraria una cappella. Questa nel tempo, ampliata anche utilizzando i sassi delle murature una volta caduto definitivamente in abbandono, divenne un punto di riferimento religioso importante per l’intero territorio e non solo. Tutti qui conoscono il bel Santuario di Santa Maria di Panisacco, dedicato alla Vergine Bambina che si nota ancor oggi e ancor meglio dopo i recenti restauri, sulla sommità del colle che si innalza sull’abitato di Maglio di Sopra. Un impulso non trascurabile per lo sviluppo territoriale, in particolare quello collinare e montano, venne da quel fenomeno migratorio complesso e importante di popolazioni cosiddette “cimbre”, che interessò non solo il territorio dell’alta valle dell’Agno ma anche le valli limitrofe oltre all’Altopiano di Asiago e la Lessinia veronese. Si trattava di lavoratori e, soprattutto, boscaioli di origine bavaro-tirolese, chiamati anche “teutonici”, che tra il XII e il XVI secolo si stanziarono sulle ricordate alture dando origine a nuclei abitati che nel tempo assunsero la configurazione di paesi e contrade. Circa duecento sono queste ultime disseminate sui pendii circostanti Valdagno. Molte conservano il nome personale dell’originario fondatore, mentre poche altre, soprattutto quelle più periferiche, riportano alla toponomastica cimbra. L’economia derivante dallo “svegramento” di queste terre montane ad opera dei primi abitatori era, comprensibilmente, imperniata su una modestissima agricoltura di sussistenza cui si affiancavano lungo il fondo valle nell’agglomerato urbano, alcune scarne attività artigianali: qualche mulino, qualche maglio, qualche follo e qualche lavaggio di panni perlopiù di lana, qualche attrezzatura per la lavorazione del legno e del ferro. Dal 1404 anche Valdagno ubbidisce alle leggi della Repubblica di Venezia. La “bassa giustizia” è però amministrata da un vicario, scelto tra i nobili dal “Minor Consiglio” della città di Vicenza. Ma la giustizia vicariale, come l’ordine pubblico, è abbastanza precaria, come del resto ovunque nel Veneto del Seicento e Settecento, turbata com’è dal dilagante banditismo. Un quadro più vivace della vita economica, sociale e culturale valdagnese, presenta il Settecento. L’agricoltura, anche se registra uno sviluppo nell’allevamento, è ancora statica e fornisce redditi modesti, ai limiti sempre dell’autoconsumo. Però si affacciano alcune organizzate attività artigianali: trattura della seta, lavorazione del ferro e del legno, fabbricazione di vasellame ed anche una ormai affermata lavorazione della lana e di panni, che da sola, sul finire del secolo, dà lavoro a circa mille “operai”. Concorre a dare un considerevole reddito a parecchi borghesi o benestanti locali, l’attività turistico-termale connessa alle acque di Recoaro (scoperte già nel 1689 dal nobile vicentino Lelio Piovene) valorizzate terapeuticamente, in Valdagno, data l’assenza di una strada carrozzabile con Recoaro. L’acqua è trasportata a dorso di mulo dalle fonti alle farmacie e somministrata ai villeggianti da prescrizioni mediche. Talvolta da medici anche illustri qui convenuti per la cura medesima. I villeggianti sono ospitati nelle ville di importanti famiglie, in case private od anche nei numerosi alberghi cittadini edificati perlopiù nella seconda metà del secolo. Nonostante la presenza di una scuola pubblica, molti valdagnesi nel “secolo dei Lumi” sono analfabeti. Nel 1797 cade la Serenissima e per qualche mese anche a Valdagno è attiva una municipalità “democratica”, aperta alle nuove idee “giacobine”. Tale liberatorio ed egualitario evento dev’essere festeggiato e per questo il 24 maggio dell’anno medesimo, al grido entusiastico di evviva la libertà italiana, i valdagnesi “risorti nella nuova democrazia” scavano “il buso e piantano l’albero della Libertà … in piazza”. Per meglio sorreggerlo, asportando “… fuora dalla chiesa nuova (San Clemente) il deposito di un guerriero Trissino, che era in una cassa di pietra didietro la sua capela, e le sue ossa portate sul sagrà…”, ammucchiano attorno il pietrame ricavato dal sarcofago fatto a pezzi. La festa continua la domenica mattina con “… funzione pubblica con sbari di mortari e in piazza con due palchi, uno da sonadori e cantori a cantare la canzonetta patriottica, e un palco per uno che parla, il quale è il cittadino Giuseppe Rubini di Valdagno… vestito di verde con la stola della Municipalità con una predica che a durato una grossa ora… al vesparo… tante orazioni poi sbari… il Tedeum… e la Benedizione…” (Bernardo Bocchese, 1755 - 1833, “Memorie”). Col trattato di Campoformido anche Valdagno passa sotto l’Austria e vi resterà fino al 1806, quando tutto il Veneto diventa parte del napoleonico Regno d’Italia. Alla caduta di Napoleone tornano gli Austriaci che resteranno fino alla definitiva annessione al Regno d’Italia (1866). Durante questa seconda dominazione austriaca, almeno tre sono gli interventi pubblici che meritano per importanza il ricordo: la costruzione della strada carrozzabile per Recoaro che rompe il secolare isolamento di questo paese con la vallata; l’edificazione del nuovo palazzo comunale e l’inizio lavori del nuovo ospedale San Lorenzo, che però sarà ultimato solo nel 1890. Nella seconda metà dell’Ottocento fa la sua comparsa sulla scena dell’imprenditoria locale, Luigi Marzotto, che ha idee chiare su come istituire e dirigere cave, imprese, alberghi ed opifici lanieri. Raccoglierà il testimone il figlio Gaetano (che sarà tra l’altro anche il primo sindaco del paese dall’unità d’Italia) che consoliderà efficaci premesse per il decollo dell’industria laniera. Sarà però il nipote di questi, un altro Gaetano, che non rinnoverà solo il nome del nonno ma darà il determinante impulso per lo sviluppo e l’affermazione dell’industria manifatturiera della dinastia sui mercati internazionali. Con il Conte “el Paròn”, come lo identificano le sue maestranze, si radica ancor più una “simbiosi” con la città. Valdagno convive con la “Fabbrica”. L’operaio, ma non solo, dice di lavorare in Fabbrica sottintendendo la sua prestazione presso la Marzotto. Gaetano Marzotto interpreta con estrema lucidità la necessaria modernizzazione produttiva, trasformando sostanzialmente certo empirismo paternalistico precedente, in un coerente supporto alla trasformazione tecnologica dell’azienda. Il suo “welfare” aziendale prevede e provvede quindi a riversare sulle maestranze particolari attenzioni come l’assistenza medica, la previdenza, le abitazioni e sulla comunità con un vasto piano urbanistico in Oltreagno, con scuole, servizi sociali, impianti culturali, sportivi e ricreativi. Per realizzare questa urbanizzazione, questa “città sociale”, si rivolge ad uno dei più affermati architetti del tempo, Francesco Bonfanti. Questi lavorerà attorno al ponderoso progetto per una ventina d’anni (anni Venti-Quaranta del Novecento). Non deve essere sottaciuto che la “Valdagno nuova” costituisce una sorta di compensazione alle modificazioni del vivere civile in simbiosi con le modificate ritmie produttive dovute alle progressive riorganizzazioni lavorative, anche se queste sono modestamente rapportabili ad una non eccezionale redditività aziendale. Ridimensionando, in definitiva, in una valenza extra-economica il modo di fare impresa. Dove la medesima doveva apparire, primariamente, fattore di crescita civile e sociale, oltre l’indirizzo produttivistico teso a produrre ricchezza per l’impresa . Dopo il ’68 del Novecento, dopo le lunghe conflittualità sindacali, dopo la durissima crisi del settore tessile, che costringe l’azienda a tagliare costi e modificare indici di produttività nel tentativo di mantenere la necessaria competitività nei mercati e ridurre al minimo perdite di posti di lavoro, finisce, si può ben dire, un’epoca irripetibile. Dagli anni Settanta però si sviluppa una nuova vivace imprenditoria, con insediamenti industriali anche di notevoli dimensioni, nella zona Sud della città ed in vallata, in settori diversificati dal tessile riguardanti il legno, la meccanica, l’elettromeccanica, l’impiantistica, la chimica, le materie plastiche, l’edilizia e altro.

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