SAN MAURO PASCOLI

Cambia Comune

Storia

 
Storia

La storia

Le origini documentate del paese risalgono al 1191 quando è nominato per la prima volta come “Fundum Sancti Mauri”. Il nome deriva dall’esistenza, nel XII secolo, di una chiesa dedicata all’omonimo vescovo di Cesena. Nel 1247 la riminese Concordia de’ Parcitadi, figlia del Vicario imperiale Enrichetto Pandolfini, sposato ad una donna del potente casato dei Parcitadi, va sposa a Malatesta da Verucchio, portando in dote numerosi “castelli”, compresi quelli di San Mauro e Giovedia. Quest’ultima località, nel 1250 designata come castello in rovina ad attestarne l'antichità, è il secondo nucleo di San Mauro, corrispondente ad un’area lambita dal Rio Salto e oggi segnata dalla superstite presenza di Villa Torlonia, la “Torre” di pascoliana memoria. Dall’unione fra Concordia Parcitadi e Malatesta da Verucchio nascono cinque figli: Malatestino, Giovanni detto Gianciotto, Paolo (detto il Bello), Ramberto e Rengarda. Dal testamento di Malatesta da Verucchio, stilato nel 1311, si apprende come i suoi soli figli maschi superstiti a quel tempo, Malatestino e Pandolfo, siano eredi universali dei beni paterni per i due terzi e per un terzo i nipoti, i figli di Gianciotto. In particolare, saranno gli eredi di quest'ultimo, descritto dalle cronache come abile guerriero ed esperto cavaliere, a diventare Signori di San Mauro. Tino Malatesta, figlio di Gianciotto, sarà Signore di San Mauro e di seguito lo saranno i suoi eredi: Giovanni, Galeotto, Gaspare ed infine Ludovica Malatesta. Nel 1358, con la Bolla di Innocenzo VI, si era istituito il vicariato di Santarcangelo, da cui dipendeva anche la “villa di San Mauro”. Mentre il ramo dei discendenti di Gianciotto Malatesta sarà titolare di San Mauro ed avrà la propria residenza nel castello, riguardo a Giovedìa, troviamo ancora la denominazione “Tomba” agli inizi del ‘400, segno che erano state riattivate le sue fortificazioni a scopo difensivo. Ciò era presumibilmente avvenuto sotto la Signoria del riminese Carlo Malatesta, il quale intorno al 1405 risulta qui proprietario di molti terreni. Con la morte di Carlo, senza avere lasciato figli, Papa Martino IV investe come suoi eredi i figli del fratello Pandolfo III e di Antonia da Barignano: Sigismondo Pandolfo che sarà Signore di Rimini, Fano e Montefeltro e Domenico (Malatesta Novello), come Signore di Cesena, Cervia, Meldola e Sarsina. Figura di primo piano a San Mauro e a Giovedia, dai primi decenni del Quattrocento, è proprio Antonia da Barignano. Sigismondo, divenuto Signore di Rimini, nell’atto di gratificare la madre, distacca San Mauro dal Castrum di Savignano dalla cui giurisdizione dipendeva fino a quel momento. E’ molto probabile che i primi Statuti di San Mauro risalgano proprio al periodo che va dal 1427 al 1437, quando Antonia esercitava anche poteri giurisdizionali su questo territorio. Descritta come una donna di forte temperamento, anticonformista e decisa, Antonia si trasferisce in Romagna intorno al 1421, quando i Malatesta vedranno la perdita dei possedimenti lombardi: abiterà prima a Rimini, poi molti atti notarili documentano la sua presenza a San Mauro e in particolare sarà proprietaria di una porzione della struttura fortificata di Giovedia, dove avrà centinaia di tornature e varie case sia all’interno che all’esterno del complesso. La parte più cospicua dei beni di sua proprietà è proprio collocabile intorno all’asse Bellaria-San Mauro-Giovedia-Santarcangelo: la Tomba di Giovedia offre anche residenza ai coloni, che lavorano con patto mezzadrile, ed è centro di raccolta ed immagazzinamento dei prodotti che verranno venduti e distribuiti. Va però ricordata la donazione del 24 aprile 1443 da parte di Sigismondo di San Mauro e Giovedia ad un altro personaggio: il suo valente condottiero Gottofredo Isei, al quale donerà il patrimonio fondiario della Tomba di San Mauro e la sub-concessione delle funzioni di vicario della Chiesa e del Papa. Gottofredo cederà questi possedimenti nel 1454 e la proprietà di Giovedia verrà poi nuovamente frazionata tra i vari parenti del Signore di Rimini. Nel 1462 queste terre sono occupate dall’esercito ecclesiastico e date dal Papa in vicariato perpetuo ad Antonello Zampeschi, Signore di Forlì al quale verranno contese periodicamente dalla famiglia Riario-Sforza. Nel 1484, i fratelli Ettore, Meleagro e Brunoro Zampeschi, figli di Antonello, si riappropriano dei due Feudi e resistono anche con le armi all’ordine papale di cedere ancora i Feudi alla famiglia di Girolamo Riario e della moglie Caterina Sforza. Risale al 1491 l’ordine da parte del Papa di demolire il castello di San Mauro, occupato da Ettore Zampeschi, e di fare passare tutti gli abitanti a Savignano, dove, di fatto, pochi effettivamente andarono. Nel 1494 troviamo Caterina Sforza Signora del luogo: con l’editto del 27 giugno di quell’anno ne prende possesso e, anche se contrastata dagli abitanti di San Mauro, emana un privilegio con cui concede loro, per la loro estrema povertà, alcuni benefici, tra cui l’appoggio delle loro posizioni contro Savignano. Nell’avvicendarsi delle investiture, troviamo nel 1499 Cesare Borgia titolare dei due Feudi, come ricompensa da parte del Papa per i suoi servigi. I Veneziani poi, tolto San Mauro a Borgia, restituiranno i Feudi al nuovo Papa, Giulio II, passando da lui ancora ai Riario. Nel 1507 Brunoro Zampeschi ottiene l’attribuzione di Giovedia, smembrata dal dominio dei Riario, dove risiederà inseme alla moglie, Battistina Savelli. Il dominio della famiglia Zampeschi giungerà al 1578, anno in cui San Mauro e Giovedia passeranno alla Chiesa, entrando a far parte della cosiddetta Legazione di Romagna. Con l’avvento del dominio papale, Giovedia che sin dall’Alto Medioevo era sempre stata distinta da San Mauro, viene ora assorbita nel suo contado. Tra il XVII e XVIII secolo, per identificare tale area, non si farà più riferimento ad una località specifica, ma all’estensione fondiaria, la Tenuta Camerale della Torre. Nel 1745 la casa dominicale detta “Torre” si presenta con cortile, forno, portico ed altri annessi e connessi, con la cappella contigua dedicata ai SS. Pietro e Paolo. Trent’anni più tardi, oltre alla casa dominicale, a spese del Tesoriere Odorici, verranno costruite due nuove fabbriche ad uso di “tinazzare” e di granai, per la bollitura delle uve e per riporre il grano della Tenuta, oltre ad un nuovo forno. Le modifiche successive sono invece rilevabili nel catasto postunitario, che risale al 1880/1890: qui l’edificio principale si articola intorno alla corte, con la cinta muraria ristrutturata a cui sono addossati due nuovi corpi che vanno ad inglobare le due torrette. I principi Torlonia, che avevano acquistato la tenuta nel 1828, fondano qui una delle più belle tenute agricole della Romagna, detta “La Torre”, della quale ancora oggi si possono vedere le imponenti strutture. E’ questo l’assetto con cui si presenta ancora oggi il compendio Torre, ora di proprietà del Comune di San Mauro Pascoli. San Mauro, che era stato eretto a Comune autonomo nel 1828, diventa San Mauro Pascoli nel 1932, in onore del grande poeta Giovanni Pascoli. Il paese, pesantemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale (il fronte ristagnò tra i fiumi Uso e Rubicone per diverse settimane), grazie alla laboriosità dei suoi abitanti è stato velocemente ricostruito ed è ritornato ad essere un importante centro agricolo e soprattutto un noto centro calzaturiero. Sempre nel dopoguerra si è sviluppata, nella frazione di San Mauro Mare, l’industria turistica.

Visita per

Scarica la App

Tutti i contenuti di ilmiocomune.it a portata di mano sul tuo smartphone!

Scarica l'app

Scopri i contenuti in mobilità con l'app completamente gratuita