ROTTOFRENO

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ROTTOFRENO: ORIGINE DEL NOME, LA LEGGENDA E LA STORIA

La leggenda Si racconta che il famoso generale cartaginese Annibale, acerrimo nemico dei Romani e bramoso di conquistare le loro terre, nel corso di una spedizione militare sarebbe stato costretto a fermarsi nella cittadina a causa della rottura del morso, ossia il "freno", del suo cavallo. La leggenda, legata alla sosta di Annibale sul nostro territorio, riscosse un tale successo che il curioso toponimo ispirò lo stemma comunale di Rottofreno, nel quale è appunto raffigurata la testa di un cavallo con il "freno" rotto. Successo confermato da un decreto reale emesso il 16 agosto 1929, firmato da Vittorio Emanuele III, Re d'Italia, e da Mussolini, Capo del Governo, che sancì il diritto del Comune di Rottofreno di utilizzare questo stemma civico. La descrizione araldica dello stemma lo presenta così: "di rosso alla testa e collo di bianco cavallo al naturale movente dal lato dello scudo, imbrigliato con il freno rotto in bocca, il tutto d'oro. Lo scudo sarà sormontato dalla corona di comune". La storia del capoluogo La vera storia del toponimo è stata invece ricostruita grazie ad attenti studi lessicali e filologici condotti dal professor Ernesto Cremona, che ha fornito una diversa argomentazione. In base alla sua ricostruzione, il nome Rottofreno deriva dal germanico roth (che significa fama, gloria) e fridu (amicizia, pace, sicurezza); dalla loro unione è quindi nato il composto Rothfrid, ossia "amico della gloria". Il nome longobardo fu poi latinizzato in Rottofredus e divenne il toponimo tramandato nei secoli. Durante la sua accurata ricerca, il professor Cremona ha trovato un documento risalente al 4 giugno 996, che menziona il "locum et castrum Rotofredi", il castello di Rottofreno, importante centro rurale nato lungo una delle maggiori strade di comunicazione, la via Postumia (che diventerà poi la via Emilia). Secondo lo storico P.M. Campi, il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, subito dopo il suo matrimonio con Beatrice di Tenda, vedova del condottiero Facino Cane, creò Filippo e Bartolomeo Arcelli conti della Val Tidone con ampia potestà sui vari luoghi fra cui la "torre di Rotofredo". Le notizie sull'edificio sono più numerose nel secolo XVI; in esso trovò rifugio nel 1544 il famoso fuoriuscito Filippo Strozzi, costretto dalle truppe del marchese Del Vasto a desistere dal tentativo di occupare Milano, in nome del re di Francia. Durante la guerra proclamata nel 1635 dal duca Odoardo Farnese contro la Spagna e conclusasi poi l'anno seguente in modo inglorioso per il duca, truppe spagnole comandante dal generale napoletano Gambacorta si portarono sotto le mura del castello di Rotofredo, allora di pertinenza dei conti Del Maino; qui l'11 luglio attaccarono la guarnigione composta da piacentini e francesi. Preoccupato e intimorito, il castellano Cristoforo Ferrari da Cortemaggiore, scese a patti con il nemico consegnandogli il fortilizio. Il traditore venne poi condannato alla decapitazione dal ministro farnesiano Jacopo Gaufrido. Per fronteggiare la logica reazione franco - farnesiana e al fine di disporre di un valido caposaldo atto a proteggere il grosso delle loro forze dislocate nell'Oltrepò pavese, gli Spagnoli fortificarono Rotofredo a tempo di record riuscendo a respingere i reiterati attacchi dei francesi che lasciarono sui campi vari ufficiali, tra cui il figlio del maresciallo Saint PauI. Nel mese successivo la situazione critica degli assediamenti venne risolta da Martino d'Aragona, il quale alla testa di ben 9.000 uomini, si portò verso la località gettando lo scompiglio fra gli avversari. I francesi di presidio nei paesi e nelle frazioni vicine, attaccati improvvisamente, si salvarono con la fuga; quei pochi che vollero tener testa agli avversari vennero "tagliuzzati a pezzi", come accadde a Ranuccio Pallavicini, marchese di Tabiano, capitano degli archibugeri italiani e i signori di Porto e di Tours, capitani della fanteria francese. Da parte francese si ebbero 600 morti e 300 feriti. Gli iberici abbandonarono Rotofredo nel febbraio del 1637, quando il duca Odoardo, dietro insistenza della madre e della moglie, firmò la pace con la Spagna. Il castello subì gravi danni specialmente ad opera delle artiglierie nel corso della grande battaglia svoltasi nei suoi pressi nel 1799 fra le armate austro - russe e quelle francesi. Questa battaglia è citata sulla colonna situata all'estremità occidentale del ponte sulla Trebbia, nei pressi di San Nicolò. Riadattato sommariamente, in seguito il castello non ebbe più funzioni militari. (da "I castelli del Piacentino" di Maggi e Artocchini)
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SAN NICOLO'

Breve storia di San Nicolò, il paese dedicato a San Nicola, il santo protettore dei bambini Di San Nicolò in epoca antica sappiamo poco: infatti, non esistendo nessun castello nel paese, sono assenti anche eventuali testimonianze e reperti. Agli inizi degli anni '80 però, nell'area compresa tra via Brodolini e via dalla Chiesa, furono effettuati scavi per la costruzione di abitazioni e vennero alla luce i resti di una necropoli costituita da circa quindici tombe, tutte orientate da ovest a est, costruite con mattoni romani. Gli studiosi sono quindi risaliti all'alto Medioevo e precisamente ai secoli VII e VIII. Proprio in quei secoli tutto il territorio piacentino fu interessato da insediamenti dei Longobardi. Anche la chiesa parrocchiale dedicata a San Nicola di Bari, di cui non si conosce la data di costruzione, risale con molta probabilità al Medioevo, quando si presentava di piccole dimensioni e fungeva da cappella per un ospedale che dava ospitalità ai pellegrini in viaggio per Roma. Lo storico piacentino Campi parla a più riprese della chiesa e dell'ospedale di San Nicolò. Una bolla del 1132 di Papa Innocenzo III conferma al monastero di San Savino, fra gli altri possedimenti, anche la chiesa e l'ospedale di San Nicolò. Molto importante per conoscere la storia del paese è anche un antico documento custodito nell' archivio parrocchiale di San Nicolò: si tratta di una pergamena del 1244 che testimoni l'investitura, concessa al priore della chiesa e dell'ospedale di San Nicolò Oltre Trebbia, di varie terre poste nei presso del fiume stesso. Una di queste terre detta "non multum longe a domus Templariorum", cioè non lontano dalla dimora dei Templari. Questo dimostra che anche nella nostra zona esistevano nel secolo XIII insediamenti dei Templari che erano monaci - cavalieri aventi compito di proteggere i pellegrini durante i loro viaggi. Esistono ancora oggi riferimenti ai famosi monaci - guerrieri e li troviamo nella toponomastica locale: infatti ben due fattorie limitrofe alla nostra zona portano nomi legati ai cavalieri del Tempio. Una si chiama Tempio Sopra ed è posta tra la via Emilia e la linea ferroviaria Piacenza - Voghera a metà strada tra San Nicolò e Rottofreno. L'altra invece è denominata Tempio Sotto e si trova nel comune di Calendasco lungo la strada che dalla Bonina porta a Santimento. Di notevole interesse storico anche la via Emilia, oggi fulcro della vita del comune, lungo la quale nel corso dei secoli si sono sviluppati i paesi e soprattutto San Nicolò. Dapprima piccolo segmento della via Postumia, strada romana, poi nel medioevo breve tratto della cosid-detta Romea o Francigena, strada di cui si servivano i pellegrini provenienti dalla Francia per raggiungere Roma.
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SANTIMENTO

Le prime notizie relative a questa frazione risalgono al 1291, quando Giovanni e Umberto Palmieri, soprannominati "Toscani", divennero proprietari del castello. Otto anni dopo il fortilizio passò al condottiero Alberto Scoto assieme alle terre circostanti, come contropartita per un credito concesso ai fratelli Palmieri. Successivamente Alberto Scoto vendette Santimento a Giovanni Scotti, figlio di Rinaldo, per 2.500 lire. Nel 1303 Alberto Scoto negoziò la permuta del luogo fra Giovanni Scotti e il vescovo di Piacenza, il quale diede in cambio la rocca di Varsi in Val Ceno, oggi in territorio parmense, ma allora piacentino. Nel 1313 il duca di Milano, Galeazzo Visconti, per prevenire l'attacco dei guelfi locali, occupò Piacenza abbandonandola poi al saccheggio. Il vescovo, Ugo Pillori, che voleva riavere ciò che gli era stato rubato, il 9 settembre del 1314 minacciò il duca di scomunica. Per niente intimorito, Galeazzo Visconti obbligò il prelato ad allontanarsi da Piacenza e a recarsi in Francia dove divenne uomo d'armi. Nel 1372, durante la lotta condotta dal Pontefice contro i Visconti, il presidio di Santimento si schierò con il primo, ribellandosi agli Arcelli, che tenevano il fortilizio, e che lo riebbero solo nel 1412 dal duca Filippo Maria. Gli Arcelli tennero Santimento sino al 1482, anno in cui il vescovo di Piacenza, F. Marliani, lo riebbe in cambio dei territori di Gravago ceduti a Giovanni Scotti. Nacquero quindi gravi discordie fra il prelato e il conte Francesco Arcelli, che progettò l'assassinio del vescovo. Venuto a conoscenza della congiura, monsignor Marliani fece arrestare i mandatari, che vennero decapitati. Il Vescovo, ottenuto dal Senato milanese il feudo (1482), fece ristrutturare il castello, che "cinse nuovamente di buone mura e fosse". Il fortilizio rimase ininterrottamente di proprietà vescovile fino al tardo Ottocento, quando mons. G.B. Scalabrini lo vendette per acquistare la villa già Ponti nei pressi di San Polo di Podenzano. Da allora si ebbero vari passaggi di proprietà. (fonte "I castelli del Piacentino" di Maggi e Artocchini)
 
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CENTORA

La frazione di Centora si è sviluppata intorno alla chiesa, sorta come luogo di culto per le persone impegnate nei lavori agricoli, quando i monaci benedettini di San Sisto prima, e gli Olivetani del monastero di San Sepolcro poi, colonizzarono la campagna circostante. Il tempio fu costruito intorno all'800. L'archivio parrocchiale custodisce registri dei Battesimi risalenti al 1621, delle Cresime al 1692, dei matrimoni al 1659, dei morti al 1658. Gli "Stati d'anime", ossia l'antica anagrafe, risale al 1818. L'archivio contiene inoltre indicazioni minuziose riguardanti le celebrazioni liturgiche e, dal 1847, la registrazione delle entrate e delle uscite della chiesa. E' presente inoltre l'elenco minuzioso dei nomi con l'indicazione della provenienza e qualche caratteristica degli oltre 50 parroci che si sono susseguiti dal 1105 ad oggi. Originariamente il tempio, retto dai monaci Benedettini, era dedicato a San Bartolomeo; in seguito la chiesa, dedicata alla Madonna della Neve, passò agli Olivetani di S. Sepolcro. Solo nel 1654 fu affidata ai preti diocesani. Nell'archivio del Monastero di S. Sepolcro di Piacenza sono conservati documenti e pergamene sulla storia di Centora che risalgono al periodo 1056 -1593, fra cui l'inventario dei beni della chiesa del 1259 e relazioni sulle visite pastorali.
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Chiesa Parrocchiale di San Michele (Rottofreno)

Fra tutte le chiese del nostro territorio quella di Rottofreno è senza dubbio la più recente (fino al 1962 era ancora presente l'antica chiesa parrocchiale che sorgeva da parte all'attuale edificio parallelamente alla via Emilia che venne però demolita per creare la piazza antistante al nuovo tempio); risale infatti agli anni 1937 - 54 ed è stata edificata su progetto dell' architetto piacentino Pietro Berzolla. L'edificio è a croce greca allungata nella parte dell'abside ed è costituito da un ampio spazio centrale sul quale poggia la cupola ottagonale, qui si raccordano poi tre bracci uguali voltati a botte. L'ingresso appare molto solenne in quanto preceduto da un pronao che poggia su quattro pilastri ed anche perché sopra la porta principale risalta una grande statua di San Michele opera dello scultore piacentino Perotti. La chiesa è infatti dedicata a questo santo che è stato particolarmente venerato dai Longobardi, ciò costituisce un'ulteriore conferma dell'insediamento longobardo verificatosi nella zona. L'interno è abbellito da molteplici opere d'arte tra cui ricordiamo le statue dei dodici apostoli, i ferri battuti, i candelabri dell'artigiano locale Marazzi e le vetrate eseguite su disegni del Ricchetti. Sulla destra della chiesa s'innalza un campanile di vaste proporzioni a base quadrata, costruito negli anni 1960 - 62, sul quale si nota una lapide che riporta la seguente citazione dantesca "Perder tempo a chi più sa, più spiace" (Purgatorio, canto III, v. 78). Nella parte absidale della cripta si possono ammirare bellissimi affreschi eseguiti dal Ricchetti nel 1943. La chiesa è oggi dotata di un ampio centro parrocchiale, la cui prima pietra è stata posata il 29 novembre 1997.
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Gemellaggi

Dal 18 ottobre 1986 il Comune di Rottofreno, con altri comuni delle Valli Tidone e Luretta, è gemellato con la cittadina francese di Fontenay Sous Bois sotto l'egida della Federazione Mondiale delle Città Unite, nella prospettiva di promuovere scambi d'ordine culturale, turistico, sociale ed economico nell'interesse delle popolazioni. www.fontenay-sous-bois.fr

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