RIMINI

Cambia Comune

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Dati generali

Regione: Emilia-Romagna; Provincia: Rimini; Altitudine: 15 m s.l.m.; Superficie 135,71 km² Abitanti: 147.747; Densità: 1088,7 ab./km²; Comuni confinanti: Bellaria-Igea Marina, Coriano, Riccione, San Mauro Pascoli (FC), Santarcangelo di Romagna, Serravalle (RSM), Verucchio.
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Domus del chirurgo

Una piccola Pompei nel cuore storico di Rimini, il più ricco corredo chirurgico del mondo romano a noi noto in una suggestiva scenografia disegnata con i più attuali criteri della musealizzazione. Un'area archeologica di 700 mq. che ha restituito gli strumenti del lavoro di un chirurgo che operava all'interno di un'abitazione di Ariminum del III secolo, destinata in parte all'esercizio della professione medica e farmaceutica. Il caso ha voluto che la Domus si trovi proprio accanto al Museo, di cui fa parte integrante completandone il percorso.
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Museo della Città - Luigi Tonini

Il Museo della città si trova in via Tonini, nel collegio dei Gesuiti e raccoglie il passato di Rimini. La sezione Archeologica del Museo presenta tutte le tappe della civiltà fino all’epoca romana e al tardoantico. Dedicata alla Rimini imperiale del II e III secolo, particolare risalto viene data alla Domus di Palazzo Diotallevi, celebre per il mosaico delle barche, e alla Domus di piazza Ferrari, nota per il ricchissimo strumentario del medico-chirurgo. Nel Museo sono esposte le opere della Pinacoteca, ove si possono ammirare dipinti, sculture e ceramiche, arazzi e oreficerie. Il cortile interno ospita il Lapidario romano con un'ampia raccolta di iscrizioni dal I sec. a.C al IV d.C. La creatività del ‘900 domina nella sezione dedicata a René Gruau, mito della grafica mondiale e nella sala del “Libro dei sogni” di Federico Fellini.
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Il borgo San Giuliano

Sulla sponda settentrionale del fiume Marecchia, separato dal centro storico dal Ponte di Tiberio, nasce intorno all’anno Mille come quartiere dei pescatori. Tra stradine e piazzette di sapore medievale, merita una visita la chiesa di San Giuliano, in stile palladiano, antica abbazia benedettina (IX sec.) che la tradizione vuole eretta su un tempio pagano. Proprio sotto la tela raffigurante il Martirio di San Giuliano, del Veronese, si erge un sarcofago di marmo di età romana: si dice che contenga le spoglie del giovane santo istriano torturato dal proconsole Marciano. La tradizione narra che il sarcofago si arenò misteriosamente sulla spiaggia di Rimini, proveniente dalla Dalmazia. Da allora in quel punto sgorga una fonte di acqua miracolosa: la Sacramora, cioè la sacra dimora e quindi da sempre la chiesa è meta di pellegrinaggio.
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Tempio malatestiano

Capolavoro del Rinascimento italiano, testimonia l’amore fra Sigismondo e la sua amante diventata poi la terza e ultima moglie Isotta Degli Atti. Sigismondo fece infatti realizzare quest’opera con l’idea di farla diventare un candido mausoleo per sé e per Isotta, con la facciata di marmo e firmata da un gigante della storia dell’architettura, Leon Battista Alberti. Per la prima volta, in piena filosofia rinascimentale, non si celebra solo Dio, ma un uomo, Sigismondo, che cade in disgrazia prima che il suo sogno venga concluso.
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La vecchia pescheria

Nella zona della Pescheria Vecchia, nel cuore del centro storico, fra piazzette medioevali e vicoli si svolge la vita notturna della gioventù riminese. Nella piazzetta Gregorio da Rimini c’è il più antico negozio di libri della città: la Libreria Riminese e al numero 4 la casa dove abitava lo studente liceale fuori sede Giovanni Pascoli (1855).
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Marina centro

È il punto centrale del lungomare, che ha una vera e propria data di nascita ufficiale: 1843. Fu in quell’estate che alcuni imprenditori (i conti Baldini e il medico Claudio Tintori) aprirono il primo stabilimento balneare. Estate dopo estate, sempre più villeggianti presero a passare lunghe settimane a Rimini. Tanto che nel 1869 il Municipio di Rimini decise di valorizzare la “risorsa spiaggia”. Rilevò lo stabilimento Tintori-Baldini e diede l’incarico a un noto medico e fisiologo, Paolo Mantegazza, specialista di talassoterapia, di ideare, realizzare e dirigere un nuovo “Grandioso Stabilimento Balneare”. Fu la svolta. Rimini divenne la località dove l’aspetto terapeutico della “cura dei bagni di mare” si univa per la prima volta al divertimento. In meno di 50 anni si materializzò una città elegante, fatta di villini Liberty e passeggiate caratterizzata non solo da bagni terapeutici, ma da vacanzieri che vi giungevano per rilassarsi e divertirsi. Lo stabilimento riminese divenne così il primo di tutta Italia.
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Ponte di Tiberio

Il ponte romano sul fiume Marecchia, l'antico Ariminus intorno al quale era sorto il primo insediamento, crea ancora oggi il collegamento tra la città e borgo San Giuliano. Da qui iniziano le vie consolari, Emilia e Popilia, dirette al Nord. La via Emilia, tracciata nel 187 a C. dal console Emilio Lepido, collegava Rimini a Piacenza; attraverso la via Popilia, invece, si raggiungeva Ravenna e si proseguiva fino ad Aquileia. Il ponte fu iniziato da Augusto nel 14 e completato da Tiberio nel 21 d.C., come ricorda l'iscrizione che corre sui parapetti interni. Il ponte è sopravvissuto alle tante vicende che hanno rischiato di distruggerlo: dai terremoti alle piene del fiume, dall’usura agli episodi bellici.
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Palazzo Gambalunga

Sede della biblioteca comunale, il palazzo che il riminese Alessandro Gambalunga fece costruire, fra il 1610 e il 1614, nella centrale via dove sorgevano le case dell'antica nobiltà riminese, è caratterizzato da un grande portale d'ingresso che si affaccia su una bella corte, al cui centro, dal 1928, è posto un settecentesco pozzo in pietra d'Istria. Nell'atrio e nel cortile sono conservati alcuni dei marmi che la comunità ha dedicato ai Riminesi illustri. Originariamente al pian terreno c'erano le stalle, le officine, le rimesse e I magazzini. All'ultimo piano si trovavano i granai, le abitazioni dei servi, del fattore e una piccola officina per rilegare i libri, di cui Gambalunga era un attento raccoglitore. Il piano nobile, oggi sede della Biblioteca, ospitava gli appartamenti di Alessandro e della moglie Raffaella Diotallevi. Lussuosamente arredato con arazzi, broccati e dipinti, il palazzo fu luogo d'incontro di eruditi e letterati, di cui Alessandro fu generoso mecenate. Dopo la sua morte, la libreria venne collocata a pian terreno, nelle tre sale di via Tempio malatestiano, ove rimase fino agli anni '70, quando, con la ristrutturazione dell' edificio, la biblioteca fu trasferita nelle sale superiori. Qui, insieme ai nuovi servizi della biblioteca multimediale, si trovano in continuità spaziale e temporale le quattro sale storiche (tre del secolo XVII e una del secolo XVIII), con gli arredi e i fondi bibliografici originali. Il pianterreno è oggi sede della Cineteca e della Biblioteca dei ragazzi.
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Resti del Teatro romano

Dell’imponente edificio per spettacoli eretto nel I sec. d.C., non rimangono che pochi ruderi oggi inglobati in più recenti costruzioni che ricalcano l’originario andamento curvilineo delle gradinate (cavea). Prossimo al foro, fu probabilmente eretto per volontà di Augusto nell’ambito degli interventi di sviluppo urbanistico promossi dall’imperatore. Di forma semicircolare, aveva un diametro esterno di ca. 80 metri, mentre all’interno la lunghezza della scena misurava ca. 23 metri. La cavea, completamente autoportante, era sorretta da murature radiali e concentriche, costruite in malta con laterizi a vista. Corridoi di accesso coperti da volte a botte, consentivano lo smistamento verso le scale che conducevano alle gradinate. Dei raffinati e grandiosi apparati scenici, non restano che un fusto di colonna alto più di 4 metri e alcune decorazioni architettoniche marmoree. Occultato per secoli, ma mai completamente cancellato dalla memoria come attestano alcune fonti medievali, il teatro fu “riscoperto” agli inizi degli anni ’60.
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Palazzo Lettimi

Uno dei più prestigiosi palazzi del Rinascimento riminese, di quattro piani, costruito agli inizi del Cinquecento da Carlo Maschi, uomo di governo, passò in eredità alla famiglia Marcheselli. L’edificio, che aveva ospitato i regnanti inglesi e Cristina di Svezia, entrò in possesso, nel 1770, della famiglia Lettimi. Andrea, il nuovo proprietario, restaurò la costruzione e la innalzò di un piano, collegandola all’attigua residenza. Dal 1902 diventò, per lascito testamentario, di proprietà comunale, con il vincolo che il Liceo musicale fosse intitolato a Giovanni Lettimi. Del palazzo cinquecentesco si conserva il portale che, nelle formelle a bugna, unisce i simboli araldici della rosa quadripetala malatestiana ed il diamante dei Bentivoglio, in ricordo forse di un’unione matrimoniale fra le due famiglie vicine a Carlo Maschi. Cinquecenteschi anche il caratteristico muro a scarpa, raccordato alla parete da un cordolo in pietra, e le finestre, corniciate in pietra, sormontate dallo stemma della famiglia Maschi e da una coppia di delfini
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Arco d'Augusto

L’Arco, il più antico conservato nell'Italia settentrionale. segna l'ingresso alla Città, per chi proviene dalla Flaminia, la via tracciata dal console Flaminio nel 220 a.C. per collegare Roma a Rimini. Eretto nel 27 a.C. come porta onoraria, esprime la volontà del Senato di celebrare la figura di Ottaviano Augusto, così come manifestato dall'iscrizione posta sopra l'arcata. Il monumento si inseriva nella cinta muraria più antica, della quale, ai suoi lati, sono visibili i resti, in blocchi di pietra locale. Oggi si presenta isolato, in seguito all'intervento di demolizione dei corpi adiacenti eseguito negli anni '30. La costruzione originaria inglobata in due torri poligonali di cui rimangono poche tracce, era sormontata da un attico che doveva completarsi con una statua dell'imperatore a cavallo o su di una quadriga: la sommità, forse crollata per i terremoti, nel Medioevo venne orlata da una merlatura. L'architettura è esaltata da un ricco apparato decorativo carico di significati politici e propagandistici: un'apertura talmente ampia da non poter essere chiusa da porte, ricordava la pace raggiunta dopo un lungo periodo di guerre civili; le divinità rappresentate nei tondi (Giove e Apollo nel lato esterno, Nettuno e Roma verso la città) richiamavano la grandezza di Roma e la potenza di Augusto. L'intera struttura è permeata da un forte carattere religioso che sottolinea l'aspetto sacrale di porta della città. L'arco e il ponte cosiddetto di Tiberio, realizzati nell'ambito di un più generale programma urbanistico promosso da Augusto, sono sempre stati assunti come simboli della Città fin dal Medioevo.
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Piazza Tre Martiri

La piazza ricalca parte del foro di Ariminum, colonia romana fondata nel 268 a.C.: posto alla confluenza delle due strade principali, il cardo e il decumano, l’antico impianto, più ampio e dilatato fino alla via San Michelino in foro, era lastricato con grandi pietre rettangolari, ora in parte visibili attraverso aperture recintate. Statue onorarie e pregevoli architetture creavano una suggestiva scenografia alla vita della piazza. Un basamento in pietra doveva sorreggere un arco che enfatizzava l’accesso orientale al foro, sbarrando forse il traffico veicolare. Un cippo cinquecentesco ricorda il discorso che Giulio Cesare avrebbe rivolto alle legioni dopo il passaggio del Rubicone: in sua memoria la piazza, che già ne portò il nome, ospita una statua bronzea, copia di un originale romano. Dall’età tardo antica, nel lato a mare, si insediarono le chiese di San Michele, di Sant' Innocenza e San Giorgio, oggi distrutte. Nel Medioevo la piazza, oramai in secondo piano rispetto a quella del Comune, fu luogo di mercati: attraverso la via dei Magnani (ora via Garibaldi), segnata da un arco fra la cortina delle abitazioni, giungevano i prodotti dal contado. Sotto i portici si aprivano le beccherie, botteghe per la vendita della carne. La piazza fu inoltre teatro di giostre, tornei cavallereschi, manifestazioni e cerimonie pubbliche legate anche alla famiglia Malatesta. Qui si concludeva ogni anno il palio di San Giuliano che, partito dal borgo, godeva di grande partecipazione popolare. Capitelli gotici e rinascimentali ornano il portico sul lato monte della piazza. Agli inizi del Cinquecento, fu edificato il Tempietto dedicato a Sant'Antonio da Padova in ricordo del miracolo che, nel XIII secolo, rese una mula devota all’ostia consacrata. Ricostruito nel XVII secolo, ha mutato l’aspetto originale per i vari restauri. Dietro il tempietto i Minimi di San Francesco di Paola fondarono, agli inizi del Seicento, un luogo di culto, riedificato nel 1729: qui, dal 1963, sorge la chiesa dei Paolotti. Nel 1547 si costruì l'isolato con la Torre dell'Orologio, che diede alla piazza la forma e le dimensioni attuali, con edifici porticati al posto delle antiche beccherie. Su progetto di Francesco Buonamici la torre, nel 1759, subì un rifacimento. Con il terremoto del 1875, la parte superiore venne demolita. Oltre all’orologio, dal 1750 reca un quadrante con calendario, movimenti zodiacali e fasi lunari. Luogo di mercati e quindi salotto della vita cittadina, la piazza si presenta oggi nell’arredo urbano eseguito nel 2000, teso a valorizzare l’antico impianto e i segni della memoria. A farle da cornice, antichi edifici quali palazzo Tingoli, ora sede del Credito Italiano: risalente al XVIII secolo, fu ricostruito e modificato a seguito dei pesanti danni della seconda guerra mondiale. Demolito l’arco dei Magnani nel 1921, si ruppe la continuità dello sfondo edilizio sul lato meridionale. La storia più recente lega la piazza ai tragici eventi bellici: ne consegna il ricordo il Monumento ai Caduti e il nome stesso della piazza, intitolata ai tre martiri partigiani impiccati il 16 agosto 1944 nel punto ora contrassegnato da un inserto di marmo.
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Porta montanara

La costruzione della porta Montanara, detta anche di Sant'Andrea, risale al I secolo a.C. e costituiva una delle due aperture della porta che consentiva l’accesso alla città per chi proveniva dai colli lungo la via aretina, percorrendo la valle del Marecchia. Il doppio fornice agevolava la viabilità, incanalando in passaggi paralleli, il percorso in uscita da Ariminum, attraverso il cardo massimo, e quello in entrata. Indagini archeologiche hanno appurato l’esistenza di un’ampia corte di guardia con una controporta interna, a conferma della complessità del sistema difensivo. Già nei primi secoli d.C., l’arco volto a Nord venne tamponato: la porta, così ridimensionata ad un solo fornice, continuò a segnare l’ingresso alla città fino alla seconda guerra mondiale. Al termine del conflitto, nella convulsa fase ricostruttiva, il monumento fu distrutto nella parte rimasta in vista per tanti secoli, mentre fu recuperata la parte occultata nelle murature delle case adiacenti. L’arco “riscoperto” venne rimontato dopo varie vicessitudini lontano dal luogo originario, a fianco del Tempio Malatestiano, prima di essere ricomposto nella zona originaria.
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Castel Sismondo

La residenza-fortezza di Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini dal 1432 al 1468, coniugava l'intento celebrativo con l’esigenza difensiva. La fortezza si imponeva per la possenza di torri e mura munite di scarpate, per l'ampio fossato, per la grandiosità del mastio che, intonacato di bianco, si stagliava contro il rosso della torre d'ingresso. L’apparato difensivo, approntato con la consulenza di Filippo Brunelleschi, era dotato di bocche da fuoco. Il castello, come evidenziato dai restauri, inglobava le mura romane con torri, la medievale porta del Gattolo, il nucleo delle case e dei palazzi malatestiani. Sigismondo tuttavia nell'iscrizione sul portale d'ingresso rivendica a sé la costruzione ex fundamentis. I lavori, iniziati nel 1437, si protrassero per circa 15 anni, anche se dal 1446 la residenza risulta abitata. Oggi non resta che il nucleo centrale della costruzione originaria rappresentata nelle medaglie di Sigismondo e nell'affresco di Piero della Francesca nel Tempio. Il portale d'ingresso è tuttora sormontato da un'iscrizione e dallo stemma con l'elefante, la rosa e la scacchiera, simboli della Famiglia. Divenuto fortezza pontificia, dal XVII secolo subì profonde modifiche: l’abbattimento della cinta muraria, il riempimento del fossato e lo spoglio degli arredi. Carcere dal XIX secolo fino al 1967, dagli anni ’70 è interessato da un complesso lavoro di restauro.
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Piazza Cavour

La piazza, tardoromana, assunse dal Medioevo un ruolo primario. Qui sorse nel 1204 il palazzo dell'Arengo: sotto l’ampio portico si amministrava la giustizia, nell'immensa sala al primo piano, con finestre a polifora, si riuniva l’Assemblea del Comune. Nel XIV secolo fu eretta al suo fianco la residenza per il Podestà: il piano terra doveva aprirsi in un loggiato. L'ingresso, sul lato corto, era sottolineato dall’arco con i simboli dei nuovi Signori, i Malatesta. Fulcro della piazza, la fontana richiamava venditori, mercanti, viaggiatori. Le forme medievali compaiono nel ritratto della città nel Tempio Malatestiano. La fontana fu ristrutturata nel 1543 continuando ad essere punto focale della piazza: sulla sommità si trovava una statua di San Paolo, sostituita nell'Ottocento dalla Pigna che dà il nome al monumento. Alla fine del 1500 iniziarono i lavori per l’edificio noto come palazzo Garampi, ora Residenza comunale. Il fabbricato dei Forni pubblici fu sostituito dal teatro "Vittorio Emanuele II", oggi "Amintore Galli", realizzato fra il 1843 e il 1856. Al centro si erge, dal 1614, la Statua del Papa Paolo V. La Pescheria, inaugurata nel 1747 su progetto di Francesco Buonamici, riflette l'importanza economica della pesca. Il terremoto del 1916 apportò gravi danni ai palazzi comunali, svelando le tracce delle strutture medievali. Fu l’occasione per avviare un restauro che si tradusse in una ricostruzione secondo modelli neomedievali.
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Porta Galliana

Questa porta cittadina fu costruita nel Duecento a collegamento della città con la zona del porto lungo il fiume Marecchia. Era parte della cinta muraria difensiva dovuta all’ampliamento della città in epoca federiciana. Nel XV secolo fu restaurata dal signore di Rimini, Sigismondo Pandolfo Malatesta (1417-1468): lo si desume dal fatto che agli inizi del XX secolo in alcuni scavi fu ritrovato un deposito di medaglie malatestiane impiegate dallo stesso Sigismondo per indicare le opere da lui realizzate o ristrutturate. Dal bassorilievo di Agostino di Duccio (databile fra il 1449 e il 1455) conservato nella cappella dei segni zodiacali nel Tempio Malatestiano, possiamo intuire come si presentasse la porta nel Quattrocento. Non è un caso che lo scultore la rappresenti in primo piano: si trattava infatti di un’opera sigismondea. Nel XVI secolo la porta fu chiusa e sostituita con un torrione che nel Settecento risulta essere chiamato “Torrione dei Cavalieri”. Recenti indagini archeologiche hanno dimostrato che al centro dell’arco passa un condotto fognario moderno (cinque-seicentesco).

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