ORVIETO

Cambia Comune

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Dati generali

Regione: Umbria; Provincia: Terni; Altitudine: 325 m s.l.m.; Superficie: 281,27 km²; Abitanti: 20.594; Densità: 73,22 ab./km²; Comuni confinanti: Allerona, Bagnoregio (VT), Baschi, Bolsena (VT), Castel Giorgio, Castel Viscardo, Castiglione in Teverina (VT), Civitella d'Agliano (VT), Ficulle, Lubriano (VT), Montecchio, Porano, San Venanzo, Todi (PG). Cod. postale: 05018; Prefisso: 0763.
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Il Duomo

La Cattedrale di Santa Maria Assunta costituisce la maggiore e incontrastata meraviglia della città. E' ovunque riconosciuta come una delle massime realizzazioni artistiche del tardo Medioevo italiano. Edificato nel corso di più secoli, dal XIII al XVII, con apporti che giungono fino al moderno XX, il vasto palinsesto della Cattedrale dell'Assunta deve la sua costruzione a motivi molteplici: non solo religiosi, come vuole la tradizione, che lega il Duomo al miracolo dell'Eucarestia avvenuto a Bolsena nel 1263, ma più ampiamente politici, urbanistici, sociali e artistici.
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Piazza del Duomo

I Palazzi Papali, al pari di Palazzo Soliano oggi sede del MODO (l'articolato circuito museale dell'Opera del Domo di Orvieto), fiorirono, come rinnovamento e ampliamento di un vescovado già esistente nel XII secolo, per impulso di alcuni papi che risiedettero a Orvieto dal 1262 al 1284: Urbano IV, Gregorio X e Martino IV. Il Palazzo Soliano fu invece costruito dal civico potere su sollecitazione di Bonifacio VIII, a seguito di un accordo di pace del 1297 tra il pontefice e il Comune. Sulla Torre di Maurizio, nel 1349 fu installato l'automa in bronzo che sarà chiamato, familiarmente, appunto "Maurizio", per assonanza con l'aurologium de muricium che scandiva i tempi di lavoro del cantiere.
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Il Pozzo di San Patrizio

Questa formidabile opera idraulica fu, all'origine, denominata Pozzo della Rocca, in quanto prossima alla rocca Albornoz. Prese poi il nome di San Patrizio perché probabilmente usato, nella seconda metà del Settecento, come "Purgatorio di San Patrizio", in analogia alla cavità sotterranea in cui il noto santo irlandese si ritirava a pregare, e dove gli increduli che si fossero avventurati fino a raggiungere il fondo avrebbero ottenuto la remissione dei peccati e l'accesso al Paradiso. L'opera, commissionata a Antonio da Sangallo il giovane nel 1527, fu voluta da papa Clemente VII, più o meno contemporaneamente alla risistemazione del Pozzo della Cava posto sull'altro versante della rupe, per assicurare acqua alla città in caso di assedio. Ultimata nel 1537 sotto Paolo III Farnese denota, per le dimensioni e l'accurato impianto progettuale, tutta l'ambizione di essere ricordata come ardua e grandiosa impresa. Si tratta di un'opera sapiente di ingegneria, preceduta da studi a carattere idrogeologico, che indussero sia all'individuazione del sito più adatto per arrivare alla falda argillosa delle sorgenti, sia a rivestire di mattoni, per una migliore tenuta, una parte delle pareti. Enormi le misure della perforazione cilindrica – 54 metri di profondità, 13 di diametro – e davvero singolare la trovata architettonica della doppia rampa elicoidale, che permetteva alle bestie da soma utilizzate per il trasporto dell'acqua di non ostacolarsi nel doppio senso di marcia lungo i 248 gradini; particolarmente suggestivi, poi, i 72 finestroni che lasciano filtrare e giocare con le tonalità della pietra la luce. La parte esterna del pozzo si presenta, sullo sfondo delle colline che circondano la rupe, come una larga e bassa costruzione cilindrica decorata dai gigli farnesiani di Paolo III, con due aperture diametralmente opposte per chi scende e chi sale.
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Orvieto sotterranea

La città di Orvieto ha sempre avuto un'intensa vita sotterranea, a cui gli abitanti hanno affidato nei secoli esistenza, sopravvivenza ed economia. È stata la particolare natura geologica del masso su cui sorge la città, costituito in gran parte di tufo e pozzolana, a consentire agli abitanti di scavare, in tremila anni di storia, le oltre mille cavità che si intersecano e si accavallano sotto il tessuto urbano. Tracce dell'etrusca Velzna, della medievale Urbs Vetus, della città rinascimentale e di quella moderna: cunicoli, condotti, cisterne, pozzi, butti, cave e centri di produzione di varie epoche e, del tutto singolari, una fitta serie di nicchie quadrangolari, i cosiddetti colombari, dove in grotte con aperture verso l'esterno si praticava, con evidenti scopi alimentari, l'allevamento dei piccioni. Furono gli Etruschi i primi a scavare, alla ricerca dell'acqua, pozzi, cunicoli e cisterne, realizzando un avanzato sistema di architettura idraulica sotterranea. Maestri di idraulica, gli Etruschi realizzarono anche un sistema di cisterne impermeabilizzate in argilla. Nel Medioevo il contatto idraulico con il sottosuolo continua: risale al XIII secolo la costruzione dell'acquedotto pubblico, di cui sono visibili alcuni resti nell'area archeologica posta sotto il Palazzo del Popolo e lungo le scale mobili che dal parcheggio di Campo della Fiera conducono a Piazza Ranieri. L'acqua proveniva dall'altopiano dell'Alfina e, dopo una condotta forzata, veniva distribuita alle varie fontane attraverso una rete idrica sotterranea. Accanto a questa risorsa non mancavano, come testimoniano documenti di archivio, pozzi e altre cisterne pubbliche e private. E cisterne e pozzi punteggiarono ovviamente la città anche in epoca rinascimentale, come il Pozzo di San Patrizio e l'ancor più antico Pozzo della Cava. Inoltre è da menzionare la Grotta dei tronchi fossili, una cavità artificiale di grande interesse, con resti paleobotanici riferibili all'ecosistema che, 350 mila anni fa, precedette la formazione del masso tufaceo su cui si estende Orvieto, ben prima che comparisse la presenza umana. Onnipresenti anche le cantine per la conservazione del vino e degli alimenti, più o meno antiche e in gran parte ancora oggi fruite; e inoltre ricoveri per gli animali, depositi per gli attrezzi degli orti che hanno contraddistinto da sempre le coste della rupe, fulloniche per la lavorazione e la tintura della lana, ambienti per la fabbricazione di funi e addirittura un grande mulino che, insieme ad altri mirabili manufatti e ambienti, tra cui una vasta cava di pozzolana.
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La necropoli del Crocifisso del Tufo

Posta sul versante nord della rupe di Orvieto la necropoli risale al VI sec. a.C. e prende nome da un crocifisso cinquecentesco scolpito nel tufo e conservato in una cappellina sottostante la zona di San Giovenale. Le tombe, allineate lungo strade diritte secondo un impianto ortogonale, ricordano veri e propri quartieri residenziali urbani, così che la città dei morti fornisce preziosi elementi per comprendere come era quella dei vivi. Raggruppate in isolati, sono costituite da camere per lo più singole a pianta rettangolare. Uno strato di terra piatto ricopre il sepolcro, individuabile grazie a cippi che si differenziavano per gli uomini e per le donne. La porta di accesso era chiusa da un lastrone interno e da una fodera di blocchi di tufo allineata con le pareti esterne, un riempimento di terra faceva da tampone fra il lastrone e il muro. All'interno delle tombe, dove venivano sepolti sia inumati che incinerati, si possono osservare le banchine per la deposizione dei defunti, di solito due: una lungo la parete di fondo e una lungo una parete laterale. Stupiscono inoltre il gran numero di iscrizioni funerarie sugli architravi esterni: di grande interesse, documentano con abbondanza prenomi e gentilizi degli antichi abitatori di Orvieto e si riferiscono al nome del titolare della tomba. Gli Etruschi credevano che i defunti continuassero a vivere nell'aldilà, costruivano la città dei morti vicino a quella dei vivi e, accanto al cadavere, ponevano il corredo funerario, costituito da oggetti personali e da tutto quello che si pensava potesse servire al defunto per condurre, in forme simili a quella terrena, la vita nell'oltretomba. Nelle sepolture sono state quindi rinvenute grandi quantità di ceramiche e bronzi sia di produzione locale che di importazione.
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La necropoli e il santuario di Cannicella

Deve il nome alla fitta vegetazione di canne della zona, dove, alla fine del XIX secolo, gli scavi archeologici portarono alla luce una vasta necropoli di tombe a camera e un santuario di notevoli dimensioni, caratterizzato da numerosi pozzi e da un complesso sistema di canalizzazione dei liquidi destinati alle funzioni di culto. Nell'area si trovano alcune delle tombe più antiche dell'etrusca Velzna, risalenti addirittura al VII sec. a. C., insieme a sepolcri più recenti ascrivibili al periodo che precedette la distruzione della città da parte dei Romani (IV sec. a. C.). Il santuario ha una struttura complessa, dovuta anche al lungo periodo di frequentazione del sito. L'area sacra è delimitata a monte da un possente muro in opera quadrata che funge da contenimento del terreno soprastante, al di sotto del quale si osservano le vasche usate per il raccoglimento dei liquidi sacrificali, che venivano a loro volta convogliati all'interno di sistemi di canalizzazione la cui presenza è testimoniata dal vero e proprio sacello sacro, costituito da un vano a pianta rettangolare con muri perimetrali che sostengono il tetto. Una serie di ambienti, anche sotterranei, contenevano materiali di vario tipo, da interpretarsi come doni votivi o oggetti destinati al culto.
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Area archeologica del Porto di Pagliano

Della civiltà romana Orvieto presenta poche ma interessantissime tracce. Il sito archeologico di Pagliano, in località Corbara, costituisce la testimonianza più importante della presenza romana sul territorio orvietano. Il luogo deve il toponimo al vicino fiume Paglia, le cui acque si uniscono in questo punto a quelle del fiume Tevere incrementandone la portata. Si propende per identificarvi, nel quadro delle relazioni commerciali fra l'Etruria centro-settentrionale e Roma, un impianto portuale al centro di un ampio bacino intensamente abitato e con forti potenzialità produttive ed economiche. I ritrovamenti inducono a pensare che il porto fluviale fosse attivo tra il I secolo a.C. e il IV d.C., per almeno cinque secoli. Vi sono numerosi elementi che possono confermare che si è di fronte a un impianto portuale di rilievo, con annesse strutture per l'immagazzinamento e la trasformazione delle materie prime e con una serie di elementi architettonici collaterali, come la possibile presenza di un luogo sacro. Le numerose macine, ad esempio, specifiche per natura e tipologia dell'ambiente volsiniese (le molae versatiles) confermano un'intensa attività sia produttiva che molitoria. Il ritrovamento di molti pesi da telaio testimonia la presenza di manifatture tessili, ben declinabili con l'attività di uno scalo fluviale.
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La Chiesa di San Giovenale

Gioiello dell'architettura romanica, si colloca sul ciglio del masso tufaceo, all'inizio del percorso che conduce al pittoresco punto panoramico di San Giovanni. La chiesa, il cui anno di fondazione si fa tradizionalmente risalire al 1004, fu edificata, secondo alcuni storici, su un precedente tempio etrusco consacrato a Giove, poi trasformato in una basilica paleocristiana dedicata a San Giovenale, primo vescovo di Narni, forse vissuto nel IV secolo, il cui culto era diffuso in epoca alto medievale. L'effigie del Santo è scolpita in pietra nella lunetta del portale sulla fiancata laterale (1497), frutto di un prolungamento in stile gotico avvenuto nel Trecento, quando fu demolita l'abside semicircolare originaria per costruire quella quadrata che ancora oggi si può ammirare. L'edificio, di antica e sobria suggestione, presenta elementi di notevole interesse: la spettacolare posizione strategica all'estremo lembo occidentale della città, che coincide con il versante in cui ha cominciato a svilupparsi la cittadella medievale; la semplice e lineare facciata, con il rosone scavato nel tufo; la presenza della torre munita proprio sul lato frontale, che la configura come chiesa-fortezza; infine la sua importanza storica, in quanto voluta dalle più importanti famiglie orvietane dell'epoca: i Monaldeschi, i Montanari, i Salvani, i Ranaldini, i Conti, i Rossi e i Marsciano, tutti abitanti nel rione dell'Olmo. Se una tradizione popolare la indicava come il primo Duomo di Orvieto, ipotesi che tuttavia non ha riscontri, San Giovenale svolgeva, in ogni caso, un ruolo centrale, dovuto alla ricca priorìa, all'ospedale, al fonte battesimale, agli orti e alle chiese assoggettate.
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Piazza del popolo

La piazza fu concepita per accogliere il palazzo che avrebbe ospitato il capitano del popolo, una nuova figura che, a partire dal 1250, si affiancò a quella dei consoli e del podestà nel governo cittadino. Così verso il 1280, non appena la nuova carica ebbe un certo peso politico, si provvide a liberare con opportune demolizioni uno spazio su cui installare una degna sede per l'esercizio delle sue funzioni e tra il 1281 e il 1284 sorse la più ampia piazza cittadina. Il Palazzo del Capitano Popolo (comunemente denominato "Palazzo del Popolo"), completato nei primi anni del Trecento, fu costruito a modello dei broletti, ma con materiali e decorazioni rielaborati secondo i canoni dell'architettura cittadina. Presentava e presenta una loggia porticata sovrastata da un ampio salone ai cui lati si aprono eleganti trifore e, sulla sommità, solenni merli; l'edificio termina da un lato con una bizzarra torre, dall'altro con un grande e suggestivo scalone d'ingresso. Il Palazzo del Popolo ha subìto, nel tempo, molte trasformazioni e varie funzioni d'uso. A fine Quattrocento si demolirono gli archi del salone superiore per rifare il tetto a capriate, nel XVII secolo diventò sede del Monte di Pietà a pianterreno e di teatro al piano superiore; ripristinato nella sua forma originaria a fine Ottocento fu successivamente sede di un cinema e, per lungo tempo chiuso e inutilizzato, è stato restituito alla fruizione della città, quale sede congressuale, alla fine degli anni Ottanta. Dotato di spazi attrezzati e polifunzionali può ospitare congressi di varie dimensioni. Magnifica, con tracce di affreschi originali, la cosiddetta Sala dei Quattrocento, dove un tempo si riunivano appunto i quattrocento membri che a vario titolo governavano la città.
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La Torre del Moro e il Palazzo dei Sette

L'edificio, di proprietà papale, era chiamato "Torre del Papa" finché, nel 1515, fu ceduto al Comune da Leone X e il suo nome fu allora cambiato con l'attuale, per un probabile riferimento a tal Raffaele di Sante, detto "il Moro", che risiedeva in una vicina dimora (l'attuale Palazzo Gualterio) e aveva trasmesso il suo appellativo all'intera contrada. Alta 47 metri, l'elegante torre, con il suo grande orologio e le sue due campane, è perfettamente orientata secondo i quattro punti cardinali. Posta a cerniera delle due ali principali del Palazzo dei Sette, funge da spartiacque del tessuto urbano medievale: è dal suo fulcro, infatti, che la città si snoda nei quattro quartieri storici di Serancia, Corsica, Olmo e Stella, come si può ben leggere nelle targhe poste all'incrocio tra Corso Cavour, Via del Duomo e Via della Costituente. E lo spartiacque non è solo urbanistico, ma sta simbolicamente a indicare la particolarità di Orvieto "città tripartita" e di quelli che erano, all'epoca del libero Comune medievale, i tre poli del potere: quello civile, quello economico e quello religioso. Espressione dell'apice dello sviluppo economico e politico del Comune medievale è anche il nobile edificio su cui la Torre del Moro si erge. Quando alla fine del XIII secolo il Comune di Orvieto restaura il Palazzo Comunale e avvia la costruzione del Palazzo del Popolo e del Duomo, si prospetta, infatti, l'esigenza di una sede pubblica per la collocazione della più importante magistratura del Comune popolare, quella dei sette consoli che rappresentavano le Arti. Nasce così il Palazzo della Mercanzia o dei Signori Sette, di cui si prese possesso nel 1319. Ma la sua funzione fu breve giacché, a seguito della decadenza del libero Comune e delle sue istituzioni, fu presto abbandonato. Concesso come dimora ad Antonio da Sangallo il Giovane quando, nel XVI secolo, si dedicò a vari lavori in città, il palazzo fu ristrutturato come sede del governatore (di qui il nome della sala principale al primo piano) e successivamente adibito a vari e diversi usi.
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Piazza della Repubblica e Palazzo Comunale

Piazza della Repubblica è stata, da sempre, il cuore civico della città di Orvieto e, prima che sorgesse il Duomo, anche il fulcro della vita religiosa, per la presenza dell'attuale Collegiata di Sant'Andrea, probabile tempio etrusco fin dall'epoca villanoviana e, dal VI secolo, basilica paleocristiana e sede vescovile. In questo spazio sorgeva, con ogni probabilità, il Foro etrusco-romano, e già agli albori dell'epoca medievale, quando l'accesso sull'asse urbano ovest-est si sviluppava tra Porta Maggiore e Porta Postierla, papi e signori vi giungevano dall'ascesa di Via della Cava per raggiungere il Palazzo Comunale e la vicina Collegiata, gli edifici più rappresentativi del potere civile ed ecclesiastico. Il Palazzo Comunale ritornò al Comune nel 1516 come dono di papa Leone X, per essere destinato a residenza dei governatori e dei delegati apostolici. Ed è a fine Cinquecento che l'edificio assume, a opera di Ippolito Scalza, le forme dell'attuale Municipio, pur se il progetto originario prevedeva un ampliamento che non fu mai eseguito. Della struttura due-trecentesca si possono ancora notare alcuni elementi, quali le volte romaniche a pianterreno, le arcate che sostengono il tetto e le finestre gotiche del secondo piano, visibili dal retro. A Palazzo Ottaviani, attuale sede della Cassa di Risparmio di Orvieto, era situata la Locanda delle Belle Arti: vi alloggiò, nel 1867, Giuseppe Garibaldi che, di passaggio per Roma, parlò da una finestra alla folla che si era radunata alla notizia della sua venuta; l'evento è ricordato da una lapide sulla facciata.
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Chiesa di Sant'Andrea e suoi sotterranei

Costituisce il più antico luogo di culto cristiano di Orvieto, in quanto sorta nel VI secolo sulle rovine di un preesistente tempio etrusco nella zona del Foro: qui furono firmati atti di pace, appesi trofei di guerra, pubblicate divisioni di feudi. Dopo la fase paleocristiana, l'aspetto attuale della Collegiata comincia a definirsi tra l'XI e il XII secolo, quando, in contemporanea con lo sviluppo della città medievale, si provvede ad ampliare l'edificio. Ma sono i sotterranei che mettono a contatto con quattro importanti fasi della storia della città: il remoto abitato villanoviano, il foro della città etrusca, la basilica paleocristiana traslata da Bolsena dopo il trasferimento della sede vescovile a Orvieto (VI sec.), la struttura ipogea su cui poggia la Collegiata.
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Il Teatro Mancinelli

Espressione dell'Italia risorgimentale, il Teatro "Luigi Mancinelli" fu voluto da alcuni cittadini orvietani che, già uniti nell'attività societaria della Cassa di Risparmio di Orvieto, costituirono un Consorzio teatrale per la sua edificazione, facendone poi dono al Comune il 19 maggio 1866, giorno dell'inaugurazione. Tra i teatri italiani più importanti dell'Ottocento, è apprezzato per la particolare eleganza e per un'eccezionale qualità acustica. Sul sipario - detto "storico" per il soggetto che rappresenta, ovvero un episodio tratto dal De Bello Gothico di Procopio di Cesarea avvenuto nel 535 d.C. - è rappresentato Belisario con il suo esercito bizantino mentre libera Orvieto dall'assedio dei Goti. L'accaduto richiama un tema storico a sfondo patriottico che ben si adatta all'ideale risorgimentale della seconda metà dell'800 (Orvieto, fino ad allora sotto il controllo dello Stato Pontificio, fu liberata nel 1860 dai Cacciatori del Tevere e annessa al Regno d'Italia).

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