MACERATA

Cambia Comune

Storia

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Cenni storici

Macerata sorse nel Medioevo, più precisamente nei secoli XI e XII, quando cominciarono a insediarsi nel territorio aggregazioni abitative. I primi nuclei abitativi della futura città si insediarono nel Podium Sancti Juliani (oggi area del Duomo) e nel Castrum Maceratae (nell'area delle attuali poste centrali). Gli abitanti di quest'ultimo, per tentare di limitare la potenza del vescovo-Signore di Fermo, si allearono con gli abitanti del Podium. Nel 1116 il vescovo di Fermo, Azzone, concesse al Podium Sancti Juliani le libertà comunali, ma non passò molto tempo che le stesse libertà furono riconosciute, dal vescovo Liberto, anche al Castrum Maceratae. Il 29 agosto 1138, infatti, lo stesso vescovo ufficializzò tale decisione con la stipula di un atto solenne e l'unione dei due borghi in un unico Comune. Nasceva così il Comune di Macerata ed il regime comunale sostituiva quello feudale. Nel secolo XIII, congiuntamente con l’espandersi del Comune, iniziò la fortificazione con la costruzione della prima cinta muraria, del Palazzo della Ragione, di quello dei Priori e di torri difensive. Nel 1320, grazie alla capacità degli amministratori maceratesi di saper appoggiare le fazioni vincenti nei periodo di bellicosità, come premio per la fedeltà dimostrata alla Chiesa nelle lotte intestine tra guelfi e ghibellini, Macerata conseguì il titolo di Città e l'inserimento tra le civitatis maiores, con l’ottenimento della sede vescovile e aumentando la propria influenza politica, essendo stata scelta come residenza dei rettori e dei vicari della Marca anconitana. Ma nel Trecento il regime comunale andò progressivamente in crisi, favorendo la stagione delle Signorie che si attestarono in tutte le Marche. A Macerata furono i Mulucci, di fede guelfa, ad imporre la loro Signoria, all'incirca nel 1321, che con qualche discontinuità governarono la città stessa fino alla metà del secolo. Periodo nel quale il Papa, dalla sua sede in Avignone, data la situazione di confusione che regnava nel territorio dello Stato, dette mandato al cardinale Egidio Albornoz di riprendere con la forza il potere nella Marca anconitana. Durante la presenza del cardinale a Macerata, fu decisa la costruzione di una nuova cinta muraria, in sostituzione della precedente costruita un secolo prima, più adeguata allo sviluppo della città e all'importanza raggiunta. Dopo un periodo di relativa pace e benessere la Marca anconitana venne invasa, nel 1433, da Francesco Sforza il quale occupò Macerata imponendole la sua Signora, alla stregua delle altre città marchigiane. Ma, nel 1445, una "lega santa", costituitasi tra il papa Eugenio IV, il duca di Milano e il re di Napoli, si oppose allo Sforza il quale venne sconfitto militarmente a più riprese, fino alla fine della sua Signoria. Anche in questa occasione, come in precedenza, gli amministratori maceratesi utilizzarono gli avvenimenti a vantaggio della città. Infatti dopo un primo periodo di appoggio allo Sforza, si accordarono e si sottomisero di nuovo allo Stato della Chiesa, ottenendo però in cambio che Macerata divenisse ufficialmente capoluogo della Marca anconitana. Questo avvenimento diede il via alla trasformazione della città da centro prevalentemente agricolo a centro politico-burocratico della regione e provocò un forte impulso sia a livello economico che urbanistico. Nel Cinquecento Macerata raggiunse il massimo potere politico della sua storia, con l’istituzione di una sede universitaria, l'insediamento del tribunale della Rota e il completamento della cinta muraria. Il secolo XVII vide però un drastico ridimensionamento politico della città, in quanto papa Clemente VIII accentrò a Roma la direzione politica e amministrativa di tutte le comunità locali dello Stato pontificio. La perdita di importanza politica della città e l'allontanarsi da Macerata dei Legati sempre meno interessati al governo della Marca, ebbero influenza negativa anche a livello economico e demografico, e Macerata, che era stata tra le più prestigiose ed emergenti città dello Stato pontificio, cadde in un clima di torpore e di depressione che bloccò così anche l’edilizia pubblica. Questo stato negativo non minò, però, l’edilizia religiosa, legata al sorgere dei grandi ordini fondati nel periodo della Controriforma: il Collegio dei gesuiti, la chiesa di S. Paolo dei barnabiti, il Convento dei Cappuccini. Il secolo si chiuse con l'arrivo dell'esercito napoleonico che occupò parte dello stato pontificio. Nel 1798 Macerata fu aggregata alla Repubblica romana e fu designata come capoluogo del Dipartimento del Musone. Ma la simpatia iniziale della città per Napoleone mutò a seguito dei soprusi, della soppressione degli ordini religiosi e del forte prelievo fiscale. Un forte sentimento di reazione si sviluppò nella popolazione sfociando nei moti antifrancesi. Le truppe napoleoniche, nel giugno 1799, dovettero così lasciare Macerata, ma ritornarono in città cannoneggiandola, saccheggiandola, profanandola e incendiandola. L'Ottocento iniziò con la prima restaurazione del Governo pontificio, ma il controllo del territorio della Marca era ancora in mano alle truppe francesi di stanza in Ancona. Il 2 aprile 1808 Macerata venne annessa da Napoleonemnel "Regno italico" ed il vescovo di Macerata, Vincenzo Maria Strambi, fu trasferito a Milano e poi a Novara per non aver voluto giurare sulla costituzione francese. Nel 1813 il Governo di Gioacchino Murat sostituì quello napoleonico, nel tentativo di voler sopravvivere dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, ma a maggio del 1815 a seguito della sconfitta del Murat nella "battaglia della Rancia", fu ripristinato di nuovo il Governo pontificio. Terminata l'esperienza francese, si svilupparono i moti risorgimentali, che nel 1831 si risolsero con la conquista pacifica della città. Ma la fragilità degli stessi insorgenti portarono ad una reazione popolare favorevole alla restaurazione del Governo pontificio. L'arrivo di Garibaldi a Macerata, nel 1849, portò nuova linfa all'ideale libertario, ma anche questa volta il morente Governo pontificio fu restaurato. Fu la battaglia di Castefidardo, del 1860, dove venne sconfitto l'esercito pontificio, che compì l'ultimo atto del risorgimento nelle Marche. Con il Plebiscito del 4 novembre dello stesso anno, la volontà popolare espresse la decisione di far parte del neo stato italiano. Macerata venne punita: l'università perse tre facoltà, la Corte d'Appello del Tribunale, il Comando militare e ridotto il territorio di sua influenza. La città ne risultò enormemente ridimensionata. Furono atterrati gran parte dei bastioni delle mura della città e i fortini prospicenti le porte per l'esigenza di creare strade di collegamento esterne alle mura affinchè si potessero unire i nuovi borghi sorti fuori la città antica, si realizzò la ferrovia che collegava la città alle grandi vie di comunicazione e si cominciò ad erogare l'energia elettrica. Il 10 aprile 1921 si svolse, a Macerata, il primo Congresso interregionale fascista marchigiano-abruzzese, autentico atto di nascita politico del movimento. Ma dopo la marcia su Roma e l'attestarsi del regime, non pochi furono gli atti di violenza. Due podestà "moderati", però, tra il 1927 e il 1940 evitarono gravi intolleranze in città e promossero lo sviluppo di numerose opere pubbliche che si bloccarono con l'inizio della seconda guerra mondiale (1939) e la decisione di Mussolini di far entrare in guerra l'Italia accanto alla hitleriana Germania. La caduta del fascismo, nel 1943, e la seguente occupazione della città da parte delle truppe tedesche, dette origine alla Resistenza e alla "guerra partigiana". Operavano nelle montagne maceratesi diverse bande partigiane, le quali dettero un notevole contributo all'accreditamento dello sforzo bellico dei partigiani presso gli alleati. Il 30 giugno 1944 i partigiani e le truppe alleate entrarono in Macerata. Per correggere un certo disordine edilizio, nel 1956, venne progettato il primo piano regolatore. Il "miracolo economico", degli anni 60, provocò una notevole crescita economica, produttiva ed abitativa. Prendeva gradualmente forma la Macerata attuale, caratterizzata da una certa qualità della vita che ancor oggi la rende come una delle città più "vivibili".
Storia

San Giuliano Ospitaliere - La leggenda

Il protettore di Macerata è San Giuliano l'ospitaliere. Nella cattedrale a lui dedicata, in un'urna d'argento, è conservato il braccio miracolosamente ritrovato di questo personaggio drammatico che passò alla santità dopo un orrendo delitto e sulla cui vera identità si discute ancora. Un giorno, si narra, un giovane nobile stava cacciando un cervo. Ad un tratto l'animale che fuggiva fece dietrofront e gli andò in contro dicendo: "Come osi inseguirmi tu che ucciderai il padre e la madre?" a quelle parole Giuliano non soltanto abbandonò la caccia ma, atterrito dalla profezia, decise di allontanarsi dal suo paese senza avvertire i suoi genitori. Dopo un lungo peregrinare arrivò in un luogo lontanissimo, dove entrò al servizio di un principe che aveva intuito di avere a che fare con un nobile. Si comportò così bene in pace e in guerra da diventare presto capo della milizia e da sposare una nobile che aveva in dote un castello. Nel frattempo i suoi genitori, disperati per la inspiegabile scomparsa, si aggiravano per il mondo alla sua ricerca; finchè un giorno arrivarono per caso nel castello abitato da Giuliano. Furono ricevuti dalla sposa perché il marito era in viaggio. Quando i due vecchi ebbero narrato la loro storia, la donna immaginò che fossero i suoceri perché Giuliano gliene aveva parlato a lungo ma non disse loro nulla e per prudenza si limitò ad ospitarli affettuosamente, cedendo la camera da letto e andando a dormire altrove. All'aurora si recò in chiesa per assistere alla Messa, mentre Giuliano rientrò dal viaggio recandosi subito nella camera da letto per svegliare la moglie, ma quando nella penombra intravide due persone che dormivano nel letto matrimoniale, credendo che fossero la moglie e un amante, si precipitò su di loro uccidendoli in un impeto d'ira. Quando Giuliano, uscendo di casa, incontrò la moglie che stava tornando dalla chiesa, le domandò meravigliato e preoccupato chi fossero quelle due persone che aveva trovato sul letto. "Sono i vostri genitori che tanto vi hanno cercato", rispose lei, "e che io stessa ho invitato nella vostra stanza". Giuliano preso dallo sconforto e dal dolore scoppiò a piangere mormorando: "Misero me, che cosa ho mai fatto! Ho ucciso i miei amatissimi genitori, la profezia di quel cervo si è avverata, e io che volevo evitare il misfatto fuggendo, l'ho compiuto con queste mie mani. Addio, sorella mia dolcissima, me ne andrò per il mondo e non avrò pace fino a quando il Signore non si degnerà di manifestarmi il suo perdono per il mio pentimento." "Mio dolcissimo fratello," rispose la donna "non ti permetterò di partire senza di me: ho condiviso la tua gioia, ora voglio condividere il dolore", dopo un lungo peregrinare giunsero sulla riva di un grande fiume la cui traversata presentava molti pericoli. Dove si trovasse quel luogo è controverso. La tradizione vuole che Giuliano e sua moglie fondarono un ospizio sulle rive del fiume Potenza. Tanti anni trascorsero, quando una notte, mentre Giuliano stava riposando intirizzito dal freddo, udì una voce lamentosa che invocava il suo aiuto per attraversare il fiume. Si alzò subito andando incontro a quell'uomo che stava per morire assiderato: lo invitò in casa sistemandolo davanti al camino, ma nemmeno il fuoco era sufficiente a riscaldarlo. Allora lo portò sul suo letto coprendolo accuratamente, ad un tratto quell'uomo che sembrava malato di lebbra divenne splendente di luce e, levandosi in aria, disse: "Giuliano, Dio mi ha mandato per annunciarti che ha accettato la tua penitenza: presto tu e la tua sposa riposerete nel Signore" poi l'angelo scomparve e dopo pochi giorni Giuliano e la moglie morirono santamente.

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