JESI

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Duomo di San Settimio

Fu costruito tra il 1200 ed il 1300 per mano di Giorgio da Como, e ricostruito tra il 1732 e il 1741 da Domenico Barrigioni. Della vecchia edificazione rimangono i due leoni-acquasantiere all'interno, già parte del portale della chiesa. Il campanile, che si staglia sul profilo urbano, è opera del locale Francesco Matellicani, che lo eresse nel 1782-84 ispirandosi a quello del Santuario della Santa Casa di Loreto. La facciata, su progetto di Gaetano Morichini, è caratterizzata da una serliana, e fu terminata nel 1889, su iniziativa del vescovo Rambaldo Magagnini. L'interno si presenta a navata unica e cupola emisferica, secondo lo stile neoclassico dell'epoca. Le numerose cappelle laterali, furono arricchite con dipinti, decorazioni e arredi liturgici volute dai nobili jesini.
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Dati generali

Cod. postale 60035; Regione: Marche; Provincia: Provincia di Ancona; Altitudine 97 m s.l.m.; Superficie: 107,73 km²; Abitanti: 40.325; Frazioni: Castelrosino, Mazzangrugno, Pantiere di Jesi, Piandelmedico, Santa Lucia, Tabano.
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Convento di San Floriano

Si tratta della chiesa più significativa della città, sia sotto il profilo religioso che storico. Infatti, fin dal XII secolo fu dedicata al patrono della comunità e qui si stenevano le più importanti cerimonie pubbliche tra cui la presentazione del Palio da parte dei Castelli di Jesi in segno di sottomissione alla città, il 4 maggio. Nel 1439 il convento venne preso in consegna dai Frati Minori Conventuali, che, dal 1478 rinnovarono l'interno del tempio medioevale che era a navata unica, orientato in direzione nord-sud, con ingresso sul cortile dell'attuale Palazzo Ghisleri. Negli stipiti della porta d'ingresso sono tuttora presenti alcune pietre intagliate in stile romanico della precedente chiesa risalente al medioevo. Fu allora che la planimetria venne rivista e l'ingresso fu orientato verso la piazza, con la creazione di nuove cappelle che ben presto si arricchirono di monumenti sepolcrali e opere d'arte, tra cui la Deposizione, la Annunciazione e la Pala di Santa Lucia di Lorenzo Lotto, realizzate tra il 1512 e il 1532 e ora conservate nella Pinacoteca Civica assieme ai sarcofagi e ai bassorilievi che originariamente l'adornavano. La veste attuale del convento è frutto del rifacimento avviato nel 1743 nel corso del quale la chiesa e il convento subirono radicali modifiche grazie all'intervento dell'architetto Francesco Maria Ciaraffoni che progettò gli interni e lo scalone. Presenta un grande tiburio e una facciata mai completata. L'interno, a pianta centrale ellittica, è tutto impostato sulla bellissima cupola a base ovale decorata di sfarzosi stucchi e affreschi con le Storie di san Francesco eseguiti in stile tardo-barocco dal locale Francesco Mancini a partire dal 1851. La chiesa, sconsacrata nel 1860, divenne prima sede della Biblioteca civica, poi della Pinacoteca Comunale e oggi, infine, è sede del Teatro studio Valeria Moriconi, dedicato all'attrice jesina.
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Chiesa di San Marco

Appena fuori dalle mura della città sorge questo complesso monastico di clausura. La chiesa, in stile Gotico, fu edificata nel XIII secolo. Presenta una facciata tripartita aperta da un ricco rosone in cotto sormontante un portale in marmo. L'interno si apre su tre navate scandite da pilastri ottagonali che reggono volte a crociera. Vi si conservano alcuni affreschi del 300, superstiti del ciclo pittorico che originariamente decorava la maggior parte delle pareti della chiesa, che ritraggono il "Transito della Madonna", la "Madonna di Loreto", la "Crocifissione" e l'"Annunciazione". A causa di queste pitture murali, ci sono pareri discordi sull'attribuzione degli affreschi, ma i recenti restauri hanno permesso di chiarirne la matrice di scuola riminese, ricondotti a Giovanni e Giuliano da Rimini e ad artisti di ambito fabrianese. Durante i restauri effettuati il secolo scorso (1854-1859) dall'architetto Angelo Angelucci e dai pittori Silvestro Valeri di Perugia e Marcello Sozzi di Roma, è stata completata la decorazione della volta e dei sottoarchi, oltre che degli arredi lignei.
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Chiesa di San Giovanni Battista

L'edificio, appena fuori dalla primitiva cinta muraria, è del 1200 e risale all'epoca in cui l'area detta di Terravecchia iniziò ad essere urbanizzata. Fu ricostruita interamente dai frati Apostoliti alla fine del XVI secolo, nella seconda metà del secolo successivo venne ristrutturata e portata a nuova vita dai Padri Filippini, i primi e quasi gli unici ad introdurre il Barocco in tutta la regione. La chiesa presenta una facciata sobria, che rivela poi un interno invece ricco di stucchi nella particolare coloritura bianco-oro. All'interno si conservano inoltre varie opere d'arte, fra cui la preziosa icona del “Sangue Giusto”, affresco del 1333, si pensa opera di Pietro da Rimini.
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Chiesa di San Nicolò

È l'edificio più antico della città, di cui si hanno notizie fin dal XII secolo. Di origine romanica, l'aspetto fu rimaneggiato nel XIV secolo con l'aggiunta di elementi in stile gotico. La facciata a due spioventi al cui centro si apre un portale ad arco senese in marmo policromo e ghiera in laterizio a spina è molto semplice. L'interno, a tre navate absidate, presenta una prevalenza di volte a crociera sorrette da pilastri compositi; rimandano invece a forme romaniche le navate laterali con archi a tutto sesto. Degli affreschi più antichi non rimangono che labili tracce. Dalla chiesa di San Nicolò proviene l'affresco di Pietro da Rimini raffigurante “San Francesco” (1333), oggi custodito presso la Galleria Nazionale di Urbino, e L'Icona del Sangue Giusto, oggi conservata presso la chiesa di San Giovanni Battista.
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Mura di Jesi

La cinta muraria fortificata di Jesi è tra le meglio conservate delle Marche. Cinge il cuore medievale della città, di forma trapezoidale, per un perimetro di circa 1,5 chilometri. Queste mura risalgono al 1300 e furono erette sul perimetro delle più antiche mura romane, rappresentando il simbolo della libertà Comunale. Nel 1400 vennero quasi totalmente ricostruite (ad esclusione della parte detta del "Montirozzo") per mano dei noti architetti militari Baccio Pontelli e Francesco di Giorgio Martini. Alti muraglioni cortinati con beccatelli, rinforzati da torrioni e aperte da sette porte (oggi ne restano aperte solo quattro) caratterizzavano la cinta. La conformazione delle mura segue il movimento ondulato del terreno, che presenta livelli di quota differenti, salendo dalla pianura alla collina. Le mura della parte meridionale, basse e racchiuse tra il Torrione Rotondo e il Torrione di Mezzogiorno (1454), erano fiancheggiate da un fossato, oggi interrato, e mostrano semplici cortine verticali con beccatelli e caditoie. Salendo sul versante orientale, poste sui pendii, le mura si fanno più alte e imponenti e presentano cortine rafforzate con scarpata per contrastare meglio gli attacchi da armi da fuoco. Sulla parte nord-occidentale, che si apriva sulla cosiddetta "Addizione di Terravecchia", sorgeva la Rocca Pontelliana, eretta su progetto di Baccio Pontelli, appunto, a partire dal 1487 e già demolita nel 1527, l'ultimo torrione (di fianco l'Arco del Magistrato) fu definitivamente smantellato nel 1890.
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Palazzo Colocci

Antica residenza gentilizia dei marchesi Colocci, presenta una facciata lineare in laterizio e portale bugnato che dà accesso ad un ampio e scenografico scalone, sorretto da colonne, forse su disegno del Vanvitelli. Così come appare oggi, il palazzo è la risultante di una serie di interventi realizzati nei secoli XVI e XVII. La trasformazione settecentesca ha occultato la fisionomia rinascimentale dell'edificio, ricostruibile soltanto da qualche fonte d'archivio. Il piano nobile conserva bei soffitti a padiglione, notevole quello del salone delle feste decorato da affreschi illusionistici. Di antichissima origine, la famiglia Colocci discende dalla gens Actonia di stirpe longobarda, stanziatasi nella valle dell'Esino intorno all'anno Mille. Una delle figure di maggior spicco è quella di Angelo (1467-1549), colto umanista, raffinato uomo di poesia e di lettere, vescovo di Nocera e segretario apostolico presso la Curia romana. Antonio Colocci (1820-1907) fu fervente patriota, prese parte alle vicende risorgimentali e con l'avvento dell'Unità d'Italia entrò in Parlamento come deputato e poi come senatore. Sposò nel 1853 Enrichetta Vespucci, ultima discendente della casata del famoso navigatore fiorentino, dalla quale ne ereditò anche il titolo di duca. Il figlio Adriano (1855-1941) è stato l'ultimo esponente di rilievo della famiglia, uomo inquieto, dal temperamento romantico, viaggiatore instancabile, mosso da mille interessi. È stato deputato al Parlamento nel 1892. Nel palazzo hanno vissuto gli ultimi discendenti di Amerigo Vespucci. All'interno il Palazzo ospita la Casa Museo Marchese Adriano Colocci Vespucci.
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Piazza Federico II

È la piazza principale della città. Accerchiata e cinta da edifici nobiliari e dal Duomo, sorge sul luogo del Foro romano, all'incrocio fra il Cardo e il Decumano massimi. Sono state ritrovate anche le fondamenta degli edifici attorno, come quelle del Teatro, delle Terme e della Cisterna. Dopo le devastazioni barbariche vi sorse la prima cattedrale cristiana di Jesi. Chiude la piazza una caratteristica balaustra, realizzata nel 1758 dal bolognese Gaetano Stegani, architetto della Legazione di Urbino. La fontana – obelisco è opera di Raffaele Grilli e di Luigi Amici (artefice delle leonesse). Si narra che nell'anno 1194, il giorno di S. Stefano, sotto un grande padiglione appositamente eretto, nacque l'imperatore Federico II. Per ricordare san Floriano, tutte le genti e i cittadini dei Comuni sottomessi, il 4 maggio, si riunivano ogni anno in questa piazza per rendere omaggio alla città con i propri gonfaloni (detti Palli) e festeggiare il patrono. La festa si chiamò Palio di San Floriano. La conformazione odierna è quella assunta dal luogo durante il XVIII secolo.
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Palazzo Balleani

Sorge accanto al Duomo in Piazza Federico II, ed è un esempio di architettura rococò locale. Fu realizzato a partire dal 1720 su progetto dell'architetto romano Francesco Ferruzzi. L'elegante facciata, dagli spigoli smussati, presenta una caratteristica balconata rococò con ringhiera in ferro battuto sorretta da quattro possenti telamoni, realizzata nel 1723 dal ravennate Giovanni Toschini. L'interno è arricchito da sale con soffitti dai leggerissimi e raffinati stucchi dorati, eseguiti ad opera di diversi artisti, tra cui si ricordano i decoratori Giuseppe Confidati, Antonio Conti, Marco d'Ancona, Orazio Mattioli e il pittore Giovanni Lanci.
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Palazzo Ripanti

Palazzo Ripanti si sviluppa sul fronte meridionale di piazza Federico II e costituisce un complesso residenziale tra i più estesi della città. Il nucleo originale, risalente al XV secolo, venne successivamente ampliato fino a congiungersi con l'attuale facciata che affaccia sulla piazza. Il palazzo passò poi alla Curia vescovile nella seconda metà del 1800 che lo utilizzò dapprima come Seminario diocesano e attualmente come sede del Museo diocesano.
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Palazzo Ricci

Sorge sull'area della "Rocca pontelliana", con il prospetto posteriore che dà sulla Piazza della Repubblica e sul quale si eleva una facciata neoclassica, ricavata a seguito della demolizione del Torrione meridionale della Rocca. Fu voluto dal conte Vincenzo di Costantino Ricci che ne affidò l'esecuzione, nel 1544, a Guido di Giovanni da Bellinzona e Pierantonio di Baldassarre da Carena. I lavori vennero terminati nel 1547 dai costruttori jesini Guido di Giovanni e Giovanpietro di Beltrani. Il palazzo si caratterizza per la facciata a bugnato con pietre tagliate a forma di diamante, sull'esempio del prestigioso Palazzo dei Diamanti di Ferrara e del più vicino Palazzo Mozzi di Macerata, realizzato pochi anni prima, e al quale il Ricci si ispirò probabilmente per la sua residenza jesina. Completa l'edificio un porticato a sei arcate che alleggerisce la struttura.
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Palazzo Honorati-Carotti

Questo palazzo storico, di origine rinascimentale, è stato ristrutturato e ampliato più volte a partire dal 1703, dopo l'acquisto, da parte di Bernardino Honorati (1692-1716) del palazzo del Marchese Silvestri. Giuseppe Honorati, vissuto fino al 1769, verso la metà del secolo affidò i lavori di rifacimento all'architetto romano Virginio Bracci, supervisore per la Sacra Congregazione di San Luca. Le opere furono completate alla fine del Settecento. Il palazzo presenta una facciata neoclassica con mattoni a vista. Dal cortile interno si erge un scalone d'onore, sorretto da pilastri e colonne finemente scanalate, accesso per le ampie sale superiori, decorate sia in stile barocco (si veda ad esempio la preziosa Galleria d'ingresso), che rococò (Gallerie del primo e secondo piano che danno sulle mura e nella saletta ovale), sia infine decorate con pitture neoclassiche probabilmente ad opera del fabrianese Luigi Lanci (come ad esempio la sala delle feste). Nel palazzo erano custodite una pregevole collezione di dipinti ed una ricca biblioteca di famiglia, avviata sotto Giuseppe Honorati e giunta al massimo splendore alla fine del Settecento con il vescovo Bernardino. In epoca contemporanea il palazzo è divenuto di proprietà Comunale, ed oggi è sede della pretura.
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Palazzo Pianetti

Capolavoro del rococò italiano, palazzo Pianetti fu costruito "in Terravecchia" nella metà del Settecento. Sulla facciata dall'estensione lunghissima si aprono cento finestre, mentre sul lato posteriore vi è un bellissimo giardino all'italiana. All'interno si trova la pinacoteca, in cui sono custodite epigrafi funerarie, terrecotte robbiane, vasi da farmacia e ceramiche oltre ad alcune pitture di notevole rilievo di Lorenzo Lotto: Visitazione (1530), Annunciazione, Madonna col Bambino e santi, San Francesco che riceve le stimmate (1526), San Gabriele, Annunciata (1526) e il suo capolavoro, la pala di Santa Lucia davanti al giudice (1532).
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Arco clementino

Arco trionfale edificato nel 1734, sul progetto dell'architetto Domenico Valeri, in onore di papa Clemente XII degli Orsini come gesto di omaggio verso il pontefice che si era reso benemerito per l'abolizione del dazio sul grano e la sistemazione della strada che collega Nocera Umbra con l'Adriatico e che venne chiamata, da allora, "Clementina" (oggi Statale 76). L'arco rappresenta il punto focale del lungo asse scenografico prospettico del Corso settecentesco, oggi intitolato a Giacomo Matteotti.
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Teatro Pergolesi

Eretto nel 1790, in un'area occupata da piccole botteghe in Piazza della Repubblica, allora "della Morte", ceduta dal Comune alla Società della Concordia nel 1790, il teatro vide la sua inaugurazione nel 1798, in piena occupazione francese, con due opere del Cimarosa, La Capricciosa corretta e Il Principe Spazzacamino, che vennero cantate dal soprano pesarese Anna Guidarini, madre del celebre Gioachino Rossini. A quel tempo la partecipazione a teatro, per paura di rappresaglie dei giacobini, veniva evitato dalla nobiltà jesina. Nel 1883 il teatro cambiò nome, perdendo quello originale della Concordia e assumendo quello del musicista locale Giovanni Battista Pergolesi ed infine fu poi ceduto definitivamente dalla Società al Comune nel 1933.

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