FOSSALTA DI PORTOGRUARO

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CENNI STORICI ED ITINERARI

Fossalta di Portogruaro Fossalta di Portogruaro conserva un notevole patrimonio storico ed artistico che la pone tra i principali centri del Veneto orientale. Dal punto di vista storico Fossalta può vantare la presenza di due raccolte che documentano gran parte della vita civile e religiosa del paese: l’Archivio Comunale e l’Archivio della Parrocchia di San Zenone vescovo. L’Archivio Comunale, ospitato nella sede municipale e consultabile su richiesta, raccoglie documenti a partire dalle delibere di Consiglio del 1869. La parte più consistente dei documenti qui conservati inizia dal 1896 e l’inventario, redatto secondo le norme del 1897, permette un facile ed immediato accesso ai documenti. Presso la casa canonica trova collocazione l’importante Archivio della Parrocchia di San Zenone, nel quale sono conservati documenti inerenti alla storia della parrocchia fin dal XV secolo e testimonianze della vita civile raccolte dai parroci. Spicca tra questi ultimi il regesto seicentesco degli atti notarili del castello di Fratta, che fa riferimento a documenti a partire dal XIII secolo. Nella stessa casa canonica ha sede la biblioteca storica, dove si possono ammirare alcune preziose cinquecentine. Oltre a questa è attiva, dal 1979, la Biblioteca Pubblica Comunale, che assolve sia alla funzione di prestito e consultazione libraria sia al compito di ospitare importanti manifestazioni culturali e mostre d’arte. Accanto ad una sezione di storia locale, le sale della biblioteca ospitano una piccola pinacoteca, nella quale sono raccolte opere dell’incisore Antonio Locatelli (1795-?) e di artisti contemporanei quali Luigi Diamante, Arsenio Scalambrin e Bruno Garlatto. Ritornando nella piazzetta Bornacin e seguendo a sinistra via Roma, si giunge subito al settecentesco palazzo Sidran, splendido esempio di architettura signorile veneziana di campagna del XVIII secolo. Il cuore della vita cittadina è la vicina e rinnovata piazza Risorgimento e verso la quale si affaccia il Municipio, la dismessa scuola “Carducci”, oggi sede di uffici comunali e il marmoreo Monumento ai Caduti, realizzato dagli scalpellini fossaltesi su disegno di Giuseppe Scalambrin. Prima di lasciare la piazza è d’obbligo una visita alla chiesa parrocchiale dove, durante le celebrazioni liturgiche è possibile ascoltare l’organo costruito dalla ditta “Francesco Zanin” di Codroipo. All’altro capo della piazza si nota la casa Bornacin, il più antico edificio documentato del centro storico, che compare nella cartografia fin dal 1582. La casa era anticamente decorata, nella sua parete esterna a sud, da un grande affresco murale cinquecentesco avente per tema la crocifissione, ora quasi completamente scomparso. Uscendo dalla piazza in direzione della località di Fratta, nel giardino intitolato al gemellaggio tra Fossalta e la cittadina francese di Aucamville (Tolosa) si trova l’importante gruppo marmoreo raffigurante Il Tempo, opera dello scultore fossaltese Nello Toffolon. Lasciato il centro abitato e seguendo via Pio X, si giunge ben presto al cimitero, che raccoglie alcune importanti opere d’arte: La Deposizione e La Resurrezione, presenti nel timpano d’ingresso, sono opera in terracotta di Nello Toffolon; poco oltre, spicca la monumentale croce metallica di Giorgio Celiberti mentre, nel settore di nuova costruzione, si possono ammirare alcune vetrate firmate da Simon Benetton. Cenni storici Il nome Fossalta deriva da “fossa alta” ed è chiaramente collegato all’esistenza di un paleoalveo fluviale ora scomparso. Recenti indagini hanno infatti evidenziato come il territorio fossaltese fosse attraversato, in epoca romana, dal ramo maggiore del fiume Tiliaventum menzionato dallo storico latino Plinio. In corrispondenza del guado su questo fiume doveva sorgere, poco a sud ovest del centro abitato, un santuario d’età veneta (IV sec. a. C.), forse legato ad un culto dell’acqua. Da questo sito archeologico provengono due interessanti reperti di bronzo, recuperati fortunosamente dopo le lavorazioni dei terreni agricoli e conservati presso il Museo Nazionale Concordiese di Portogruaro: una statuetta raffigurante un guerriero in assalto e una lamina votiva a testa di cavallo. Poco si sa del periodo compreso tra la caduta dell’impero romano e l’alto medioevo; la pieve è citata per la prima volta in una bolla del 1186, con la quale papa Urbano III concede al vescovo di Concordia la giurisdizione religiosa, civile e criminale su molti territori oggi posti tra Veneto e Friuli. In un documento notarile del 1202, rogato nel vicino castello di Fratta, quale testimone appare il presbitero Liutprando, confermando così la presenza in Fossalta di una comunità cristiana già ben organizzata tanto da avere una chiesa, indicata dai documenti più antichi come “basiglia”. Accanto agli edifici di culto nel territorio fossaltese erano particolarmente numerose le motte e i castelli (Fossalta, Fratta, Mocumbergo, Gorgo), eretti dai vescovi concordiesi a scopo difensivo, ma di esse non rimane che la memoria documentale e, per Fratta, l’onore della grande narrativa. Il castello di Fossalta doveva presumibilmente sorgere nei pressi dell’attuale centro cittadino ed era la residenza estiva dei vescovi di Concordia. Le fonti storiche ricordano che fu distrutto già nel XIII secolo, quando era infeudato alla nobile famiglia friulana dei Pers. Durante il dominio della Serenissima Repubblica, il territorio fu riunito sotto l’amministrazione di Cordovado ad una parte del vasto territorio denominato “paludo del sindical”. Il paese ha oggi un volto completamento moderno che, dopo la tromba d’aria del 1973, si è arricchito di recenti costruzioni e di nuovi spazi urbani. Particolarmente riuscita è la sistemazione della piazzetta retrostante il municipio, delimitata nei suoi fianchi lunghi dall’edificio che ospita la Biblioteca Comunale. Chiesa di San Zenone L’antica chiesa di Fossalta, ritenuta una delle più antiche testimonianze della presenza del cristianesimo nella diocesi di Concordia, venne demolita nel 1893. La nuova chiesa fu progettata nel 1892 dall’ing. Federico Berchet (1831- 1909), al quale subentrò l’arch. Domenico Rupolo (1861-1945) che portò a termine i lavori. La prima pietra fu posta il 6 giugno 1895 dall’allora vescovo Pietro Zamburlini. L’impresa Girolamo D’Aronco di Tolmezzo, efficacemente coadiuvata da artigiani e volontari fossaltesi, compì il “miracolo” di consegnare la chiesa in poco più di un anno: era l’11 ottobre del 1896. Al suo interno si possono ammirare opere di Antonio e Giacomo Carneo, Nicolò Bambini, Osvaldo Gortanutti, Pietro Squadro artisti operanti nel ‘600 tra Veneto e Friuli. Alvisopoli Alvisopoli La città di Alvise Mocenigo offre oggi al turista, che vuole raggiungere i principali centri balneari della zona, numerosi spunti per una visita ricca di fascino e di ricordi della presenza veneziana nell’entroterra veneto. Facilmente raggiungibile da ogni direzione, Alvisopoli si sviluppa lungo la strada provinciale n. 73 che si apre, nel centro del paese, con uno slargo di via Mocenigo. È questo il luogo più adatto per iniziare la visita alla frazione, ed anche il punto di vista più affascinante per avere una visione completa del complesso che costituisce la villa padronale settecentesca dei Mocenigo. Dopo aver superato il cancello principale d’ingresso, che attraversa un canale artificiale perimetrale, si apre alla vista del visitatore un’ampia aia scoperta, vero centro della vita contadina del luogo e sede dei principali avvenimenti pubblici della comunità. Essa è chiusa sul fondo da due barchesse porticate, divise da un cancello di ferro battuto che dà accesso ad un suggestivo cortile alberato, oggi sede di prestigiose rappresentazioni teatrali estive. La villa, in stile seicentesco, fu progettata dall’architetto Balestra e rimase di proprietà della famiglia Mocenigo fino alla vigilia della prima guerra mondiale, passando poi ai Mayer di Trieste, ai Sinigallia e ai Gandolfi. Oggi il complesso è di proprietà dell’ATER che, dopo un radicale restauro architettonico, lo ha attualmente adibito a residenza privata. Ritornando all’ingresso del complesso, si può notare come lo slargo sia chiuso a destra dal palazzo dell’Amministrazione, coronato da un orologio e da una vela con campana. Alla sinistra dell’ingresso s’innalza l’alta costruzione della pila per il riso, alimentata dalla forza motrice di una ruota posta su un canaletto artificiale ed ora in disuso. Gli edifici che chiudono ad ovest lo slargo dovevano ospitare una tipografia, sorta per volere del nobile veneziano nel 1810 e trasportata in Venezia nel 1814, dove rimase attiva fino al 1852. Proseguendo lungo la strada provinciale in direzione di San Michele al Tagliamento s’incontra subito una strada laterale, via Ai Mulini. Affiancata da una serie di caratteristiche case contadine, essa conduce alla chiesa di San Luigi e all’entrata del parco naturalistico gestito dal W.W.F.. Lasciata l’entrata del parco, la strada si trasforma in un viottolo campestre che conduce al mulino sul fiume Taglio, costruzione caratterizzata da alte merlature, oggi in precario stato di conservazione. Ritornando agli inizi di via Ai Mulini è possibile vedere una lunga fila di piccole case che costeggiano la strada provinciale. Costruite per dare una sede dignitosa ai contadini, esse rappresentano un interessante esempio di “case a schiera” ante litteram che si integrano perfettamente nel progetto urbanistico di Alvise Mocenigo. Cenni storici Alvisopoli è conosciuta per la trasformazione urbanistica portata a termine nell’Ottocento dal conte Alvise Mocenigo. I Mocenigo, della casa di San Samuele, erano una delle famiglie più importanti e illustri della Serenissima, che nel Seicento avevano qui acquistato un vasto latifondo con un piccolo centro rurale chiamato “Il Molinat”. Nelle intenzioni del nobile veneziano, il piccolo centro doveva ben presto trasformarsi in una “città ideale”, che doveva portare il suo nome. Egli però non ideò Alvisopoli come una “copia” di altre grandi proprietà terriere, ma volle costruire qualcosa di estremamente nuovo, senza alcun precedente per i criteri con cui la impostò: immaginò un complesso autosufficiente, una polis, dotata di tutte quelle risorse di cui una comunità media ha bisogno. Anche il piccolo borgo rurale fu radicalmente trasformato dal punto di vista urbanistico: Alvise Mocenigo pianificò, infatti, la costruzione di numerosi fabbricati sia di carattere produttivo che residenziale: le grandi barchesse, la pila per il riso, una fornace per laterizi, il mulino, oltre alle caratteristiche basse case per i contadini che si possono tutt’oggi vedere lungo la strada che conduce a San Michele al Tagliamento. Oltre a tutto ciò, il suo progetto costituisce anche uno dei pochi esempi in cui il concetto utilitaristico della valorizzazione dei propri terreni sia stato nobilitato ed integrato da iniziative culturali di altissimo livello. Si deve al Mocenigo, infatti, la costruzione di una rinomata tipografia che lavorò qui fino al 1814, per essere poi trasferita a Venezia. In seno a quest’ambiente culturale e grazie al mecenatismo del nobile veneziano, Alvisopoli può vantare tra i suoi concittadini il famoso incisore Antonio Locatelli. Chiesa di San Luigi Posta a metà di via Ai Molini, la chiesa di Alvisopoli si presenta oggi al visitatore con la sua facciata neoclassica, ma è ormai certo che l’aspetto attuale a tre piccole navate con sfrondi laterali è il risultato di diversi ed importanti interventi realizzati dalla famiglia Mocenigo nel periodo della loro presenza in queste terre. L’impianto originario fu fatto costruire nel 1720 da Antonio Mocenigo. Dal 1805, Alvise Mocenigo diede inizio ad alcuni importanti lavori di ampliamento del primitivo edificio sacro, avvalendosi dei consigli dell’architetto Balestra e del famoso scultore Antonio Canova. L’aspetto attuale della chiesa si deve alla volontà di Lucia Memmo, moglie di Alvise, che, nel 1843 volle la costruzione del coro, delle due navate laterali, provvide agli arredi sacri e traslò qui importanti opere. d’arte dall’oratorio di San Pietro in Ca’ Memo di Cendon di Treviso. Fra queste spiccano per bellezza i due angeli marmorei, ora situati specularmente ai lati del coro e recentemente attribuiti al fiammingo Giusto Le Court. La chiesa di San Luigi raccoglie oggi al suo interno gli originali banchi intagliati con lo stemma dei Memmo, il seicentesco tronetto ligneo con la statua di Sant’Antonio, il bellissimo cotto Cristo nell’Orto degli Ulivi, il piccolo dipinto su marmo raffigurante La Crocifissione e le stazioni della Via Crucis, incisioni di scuola romana datate 1782. All’esterno della chiesa si alza il campanile eretto nel 1907 su disegno dell’architetto Piccolo ad imitazione del campanile di Torcello. La piccola chiesa ospita anche le spoglie di numerosi componenti della famiglia Mocenigo, come risulta dalle lastre tombali presenti ai piedi del coro. Alla periferia di Alvisopoli, lungo la strada provinciale che conduce a Fossalta, si incontra sulla destra uno spazio erboso dove si trova un piccolo oratorio dedicato a San Biagio. Parco della Villa Mocenigo Parte integrante dell’ambizioso progetto urbanistico di Alvise Mocenigo e perfettamente in linea con le idee illuministiche del tempo, il parco di Villa Mocenigo è un residuo di bosco planiziario di pianura, trasformato dal nobile Alvise in un giardino alla moda con l’introduzione di specie esotiche, lo scavo di canali, l’apertura di una serie di sentieri delimitati da siepi di bosco. Il parco di Villa Mocenigo ha un’estensione di circa 3.5 ettari e presenta grossomodo la forma di un quadrilatero. Al tempo di Alvise vennero compiuti dei lavori di scavo con la creazione di una serie di movimenti d’acqua e con la realizzazione di un laghetto centrale. I lavori eseguiti permisero di disporre di materiale di riporto che venne utilizzato per creare tre aree sopraelevate sulle quali fu posto un albero diverso: un leccio, un platano e un tasso. Un ulteriore aspetto che dimostra chiaramente l’intervento antropico subito dall’area è la presenza di specie arboree estranee all’ambiente e quindi sicuramente introdotte, tra le quali l’ippocastano, l’ailanto, l’acero negundo e l’albero di Giuda. A ciò si deve aggiungere l’esistenza di circa 2 km di sentieri opportunamente tracciati, i principali dei quali risultano ancora delimitati da piante di bosso e completati da ponticelli in legno. Il numero di esemplari arborei introdotti è infatti abbastanza limitato e la maggior parte della superficie è occupata da specie spontanee, tipiche dei boschi umidi di pianura, quali ad esempio l’olmo comune, il carpino bianco, l’acero campestre e la farnia, alberi che raggiungono altezze di 20 metri e diametri di 80 cm. In piena estate il laghetto centrale è ricoperto dai candidi e vistosi fiori delle ninfee. Nel parco si rinvengono soprattutto uccelli che vi si concentrano in seguito all’abbandono della campagna ormai del tutto inospitale nei confronti di ogni essere vivente. A seconda delle stagioni si possono osservare moltissime specie diverse. In estate è possibile scorgere uno strano airone appostato su qualche albero nei pressi del laghetto centrale in attesa della preda: si tratta della nitticora dal piumaggio bianco e nero. Si riscontrano inoltre altre due specie di aironi quali la garzetta e l’airone bianco maggiore, che nel periodo invernale trascorre la notte nel bosco. Tra gli alberi sono osservabili anche le cince e il picchio muratore, che utilizza i buchi scavati dai picchi per costruire il suo nido. Per quanto riguarda gli anfibi si segnala la presenza della rana di Lataste. La presenza di questa rana è molto significativa in quanto si tratta di una specie considerata in via di estinzione, specie che vive solo negli ultimi boschi della pianura padana. Nel laghetto del bosco trovano un ambiente ideale anche la tartaruga d’acqua, la biscia d’acqua e numerosi pesci come il luccio, l’anguilla, la carpa e la trota. Fratta Fratta si sviluppa oggi lungo le principali vie di collegamento stradale che si diramano dalla piazza centrale del paese verso ogni direzione. La visita al piccolo centro rurale può avere inizio dove la chiesa dedicata a San Bernardino, che sappiamo sorgere in quel luogo fin dal XV secolo. Il primo documento che cita la chiesa risale infatti al 1487, e testimonia la difficile convivenza religiosa nella località tra le parrocchie di Teglio e Fossalta, con la richiesta formale da parte del feudatario del luogo, Giacomo Giorgio di Valvasone, di erigere una casa per un sacerdote che avesse fissa dimora in Fratta. Recentemente restaurata, la chiesa conserva al suo interno l’altare marmoreo del XVIII secolo, due statue lignee, una delle quali opera dello scultore Giuseppe Scalambrin e due pale d’altare di artista ignoto del XVII secolo. Nella facciata si può notare il rosone policromo con il trigramma Bernardiniano, disegnato dall’artista Dinetto. In direzione di Portogruaro si giunge, dopo una breve passeggiata, al sacello dedicato a Santa Sabida. Al suo interno si possono ammirare l’affresco centrale raffigurante la santa, e i due laterali con Sant’Antonio con il Bambino da una parte e San Zenone vescovo (o San Biagio) dall’altra, datati al XVII secolo. Ritornando allo slargo di via Castello, il visitatore può subito raggiungere l’ingresso del Parco del Castello Fratta. Un vialetto alberato conduce ad una prima area visitabile, detta “cortino”. Ospitato in un’antica casa quattrocentesca, il Museo del Castello di Fratta si apre sul “cortino” con un bel porticato a tre archi acuti. All’interno della struttura museale, attrezzata con tutti i più moderni supporti tecnologici, è possibile ammirare una delle più interessanti collezioni di ceramiche medievali e rinascimentali della regione, affiancata da un’accogliente stanza che vuole ricreare, con oggetti d’epoca e ricordi legati ad Ippolito Nievo, la cucina del castello descritta nelle Confessioni di un Italiano. Le sale superiori del complesso museale ospitano laboratori di restauro e la collezione civica delle opere a stampa riguardanti lo scrittore. Uscendo dal museo, un breve sentiero conduce al Parco di Marte e Flora in luogo del Castello di Fratta. Opera realizzata negli anni Novanta dall’Amministrazione Comunale, il parco comprende un’interessante area verde caratterizzata dalla ricostruzione delle mura di cinta dell’antico castello con partiture arboree e del complesso palaziale centrale con un suggestivo labirinto a raso. Chi, uscendo dal parco, volesse raggiungere Fossalta di Portogruaro a piedi o in bicicletta, può farlo grazie ad un’agevole strada campestre detta “stradina di San Carlo”. La strada, circondata da numerose specie arboree recentemente piantate secondo un progetto di riqualificazione ambientale, ospita a metà del percorso un solitario oratorio dedicato a San Carlo, nel quale si possono riconoscere alcuni affreschi del XVII secolo. Il Castello di Fratta La prima notizia attestante l’esistenza di una struttura fortificata a Fratta risale al 1186: un diploma di papa Urbano III confermava, allora, al vescovo di Concordia il possesso della villa, del castello di Fratta e del borgo di Gorgo, si ritiene che il castello sia sorto per necessità di difesa contro gli invasore che a più riprese calarono fin dal IX secolo sulla pianura friulana e veneta. Il vescovo di Concordia concesse in feudo questo primo “Torrato, nido da Volpe” ad una famiglia di probabile origine tedesca, che da allora prese il nome “di Fratta”. A questi primi feudatari conosciuti dalle fonti archivistiche si deve la costruzione, accanto alla torre primitiva, di una struttura castellana più complessa, che comprendeva torri, spalti, fossi, spianate e mura secondo il bisogno e la costumanza del tempo. Nel 1244 Ugo e Goffredo di Fratta restituirono il feudo al vescovo. Il vescovo Alberto, nel 1265, lo infeudò alla famiglia portogruarese degli Squarra, probabilmente d’origine padovana e giunta qui per scopi commerciali. Nei primi decenni del Trecento la figlia di Enrico Squarra, Norbia, sposò Rizzardo di Valvason, che divenne così il nuovo feudatario di Fratta. La famiglia friulana rimarrà infeudata del castello fino al 1798 quando, per ragioni sconosciute e malgrado le violente proteste del vescovo di Concordia, Eugenio di Valvason fece abbattere il castello ormai ridotto in rovina. Gorgo Il centro abitato di Gorgo è uno dei più suggestivi ed antichi del territorio comunale. Questo piccolo borgo rurale deve il suo nome al passaggio attraverso il suo territorio, in epoca romana, delle vorticose acque di un antico ramo del Tagliamento, ora scomparso. Il primo documento che menziona la villam de gurgo è una bolla papale del 1186: da essa si evince che Gorgo era feudo del vescovo di Concordia. Sappiamo così che nel 1490 il vescovo Leonello Chiericato infeudava tale Marco Crisostomo di un terreno a Gorgo, in cambio della riparazione annuale di tini e botti della cantina vescovile. La sua lontana origine giustifica, quindi, la presenza di una chiesa che ancora oggi conserva, unica nel Comune, linee architettoniche vicine a quelle originali. Fin dal 1329 la chiesa porta la dedicazione a Santa Cristina e viene ricordata sempre come fatiscente e non consacrata. Lavori di restauro furono eseguiti nel 1794. All’interno dell’edificio sacro si possono ancora notare numerosi lacerti di affreschi. Risultano leggibili un San Valentino e San Sebastiano, databile al XVI secolo e attribuito al friulano Marco Tiussi, e una finta nicchia dipinta che racchiude un quattrocentesco crocifisso ligneo. Pur oggetto di nuovi interventi edilizi, Gorgo presenta ancora alcuni edifici con caratteristiche architettoniche riferibili al suo passato di feudo vescovile: lungo via Pellico si distinguono un’antica torre e il giro delle mura che circondavano il borgo. Seguendo via Pellico si giunge ben presto nella parte più interna del borgo, caratterizzata dalla presenza della grande casa dominicale del vescovo, ora proprietà privata. Sulla facciata dell’edificio, in corrispondenza del sottotetto, si possono osservare uno scudo araldico e il monogramma bernardiniano dipinti “a fresco”; la data, 1482, ricorda il passaggio in questi luoghi di San Bernardino. Stiago, Sacilato e Valladis Situate a sud del territorio fossaltese e divise dalla strada statale n. 14, Stiago e Sacilato hanno in comune origini molto antiche. In particolare, il nome di Stiago pare derivi dal toponimo prediale latino Hostilianum, e i numerosi siti archeologici scoperti nelle due località confermerebbero l’antica presenza romana nell’area. Entrambe le località insistevano su un’area a vocazione agricola e la cartografia storica permette di ubicare a Stiago una importante corte di campagna, ampliata alla fine del Seicento dalla famiglia Goretti. Il porticato interno della corte, che ricorda un chiostro, ha favorito la nascita della credenza popolare secondo la quale, in antico, il complesso avrebbe ospitato una comunità monastica. A suffragio di tale ipotesi vi è la presenza di una piccola chiesa a pianta rettangolare e con un’unica navata che, fatto alquanto strano, mutò in pochi anni la sua originaria dedicazione al “Redentore”, al “Santo Crocefisso”, poi alla “Santissima Trinità”, successivamente alla “Beata Vergine” ed infine all’attuale “Madonna della Neve”. Le decorazioni interne alla chiesa, che pare risalgano alla seconda metà del XVII secolo, sono eseguite in stucco e marmorino e si sviluppano su tutta la parete di fondo. Il piccolo sacello a pianta ottagonale che sorge in località Sacilato, in uno slargo di via Goldoni, fu eretto agli inizi del Novecento su un precedente oratorio del quale non è pervenuta nessuna notizia storica. Vado Vado è forse la località di cui si hanno le notizie più antiche: il toponimo stesso (vadum=guado) indica il passaggio sul Tiliaventum Maius della Via Annia, l’importante strada romana che collegava l’area centro-italica con i confini orientali dell’impero, passando per Rimini, Altino, Concordia Sagittaria, Aquileia ed Emona, l’attuale Lubiana. Oltre al toponimo, l’unica traccia della presenza romana a Vado è testimoniata da una interessante iscrizione lapidea del I secolo d.C., oggi murata all’esterno dell’abside della chiesa parrocchiale parte di un cippo funerario di “Caius Calvenius Faustus”. Nel corso del Medioevo il piccolo centro abitato di Vado e le sue terre coltivabili appartenevano al Capitolo dei vescovi di Concordia e la vita della comunità trascorse immutata per secoli nel quotidiano lavoro dei campi. Dal 1448, a causa del mancato servizio del clero di Fossalta, ne nacque una disputa risolta definitivamente solo nel 1957, con il riconoscimento di parrocchia autonoma della chiesa di San Matteo. L’interno ad una unica navata conserva oggi poche suppellettili sacre, tra le quali sono degni di nota l’altare maggiore e il tabernacolo traslati dalla chiesa di San Zenone di Fossalta. Il battistero ligneo del 1959 è opera dello scultore fossaltese Giuseppe Scalambrin, a cui si deve anche la statua lignea Madonna con Bambino (1955) posta nella nicchia a sinistra dell’altare. Interessante è pure l’ottocentesco organo meccanico, ricostruito dalla ditta Piccinelli di Padova. Accanto alle attività prevalentemente agricole, Vado vanta oggi la presenza di uno dei più importanti centri della Provincia per lo svolgimento degli sport equestri. Villanova Sant’Antonio Con il toponimo “Villanova” si indicano oggi due località che coprono la parte più meridionale del territorio comunale. Per distinguere l’abitato più antico da quello di più recente costruzione è d’uso indicare il primo con il nome di “Villanova Sant’Antonio” mentre il secondo è noto a tutti come “Villanova Santa Margherita”. Nel nucleo originario del paese si erge la possente mole di una antichissima quercia, da anni dichiarata monumento naturalistico d’interesse nazionale. Con la vicina chiesa, la quercia indicava il luogo dove si radunava “la vicinia”, ovvero il consiglio dei capifamiglia dell’intera comunità di Villanova. Dalle testimonianze di alcuni storici locali sappiamo che l’edificio sacro ha origini molto antiche. Presente nei documenti fin dal 1300, esso fu legato al culto di San Giovanni Battista. Un dipinto di San Antonio da Padova è l’ unica suppellettile che oggi è conservata all’interno dell’edificio. Villanova S. Margherita A poca distanza dalla “ vecchia” sorge “Villanova Santa Margherita”, conosciuta a livello nazionale per essere oggi sede di un importante complesso industriale, ma che sappiamo essere sicuramente abitata fin dall’epoca romana. Qui venne casualmente alla luce un tesoretto composto interamente da denari in argento d’epoca repubblicana, oggi custodite presso il vicino Museo Nazionale Concordiese di Portogruaro. Durante il periodo medioevale i vescovi di Concordia eressero qui, il castello di Mocumbergo, infeudato prima ai signori di Varmo e poi agli Squarra, i feudatari del vicino castello di Fratta. Questo vasto territorio, parte in Comune di Fossalta e parte in Comune di Portogruaro, fu bonificato dai Persico, prima di essere venduto alla famiglia Stucky. Già nel 1913 risultano innalzate la chiesa con il campanile e le scuole, oggi adibite in parte a casa canonica e ad attività ricreative. Intorno agli anni 1935/1940, l’azienda passò nelle mani di Gaetano Marzotto, che completò il disegno urbano di Villanova e avviò la trasformazione dell’azienda da agricola ad industriale. Marzotto valorizzò le strutture esistenti e ne realizzò di nuove a favore delle maestranze, costruendo case, negozi, l’asilo infantile, un poliambulatorio, la mensa aziendale, una casa di riposo, un albergo con piscina, oltre a strutture sportive e ricreative. Ancora oggi la famiglia Marzotto è proprietaria delle “Industrie Zignago Santa Margherita”, che comprendono una vetreria, un linificio e le cantine. La costruzione della bella chiesa di Villanova S. Margherita si deve alla volontà di Giancarlo Stucky, e la posa della prima pietra fu benedetta dal vescovo Isola nel 1912, con progetto, ideato dall’ing. Samassa. Anche il campanile, eretto nel 1916, fu disegnato su modello di quello medievale di Caorle. La chiesa fu completata in ogni sua parte e, solo nel 1935, adibita al culto grazie alla famiglia Marzotto. In questi ultimi anni la chiesa è stata arricchita con nuove e importanti opere d’arte.

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